IO ALLA FINE NON SO COSA SIA UNA BELLA FOTO.SO SOLO CHE VEDO COSE E LE DEVO FERMARE.E CHE A VOLTE HO QUALCOSA DA DIRE.ALTRE VOLTE, NO.


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18.7.12

Tutto tranquillo.
E' come osservare un laghetto quieto in una radura di un boschetto. In un prato di alberi.
Le ombre delle fronde degli alberi creano strane forme geometriche sull'acqua densa.
L'acqua blu, profonda, vischiosa. Sembra possa abbracciarti, cullarti, risucchiarti, e non lasciarti mai più andare via.
Sembra pacifico. 
Ma innocuo non è. Sul pelo dell'acqua volano meravigliosamente leggere e iridate le libellule.
Si appoggiano lievi sull'acqua e creano quei meravigliosi cerchi concentrici sotto di loro.
Perfettamente rotondi. Perfettamente ipnotici.
Rotondi come l'angoscia a forma di palla di ferro che mi trascino dietro ogni giorno.
A volte mi illudo di averla seminata, ma poi, mi accorgo solo che ha solo perfidamente allungato un po' la catena. 
E la accorcia appena mi allontano troppo.

Sembra tranquillo il lago.
Ma tu non sai quale mostro si nasconde lì sotto.
Io l'ho intravisto.
Quindi, abbasso lo sguardo.


"La testa piena di mostri galleggianti"

9.4.12

“Permesso? Sto morendo! Ti prego fammi usare il tuo bagno!”
Getto la borsa sul letto che intravedo nella penombra. Si muove qualcosa sotto le coperte. E’ Lei. “Lei”. “Perdonami… non sapevo fossi qui. “
“Ma figurati. Fai pure.”
Ok. Faccio. Seduta sul wc vedo le tue infradito. Quelle di gomma verde militare che ti ho comprato io. Ma pensa tu. Il suo fiocco nero appeso alla doccia. Il sacchetto di Boots con gli assorbenti dentro vicino al water.

E ho lottato di nuovo con te. Per lei. Per me.
Ci ho provato, con tutta con me stessa. Anzi no. A tratti mi sembrava di cedere. Mi sembrava di sentire le piante dei piedi sprofondare nel fango. Per un secondo mi lasciavo cullare in quel semi-abbraccio mortale, contenta di lasciare che il fango mi sostenesse. Mi lasciavo prendere in giro da quel falso senso di sicurezza. Ma un secondo dopo l’intorpidimento si diradava. No. Io punto i piedi. No. Io mi tiro su. No. Io alzo la voce.
Ho lottato. Ti ho guardato dritto negli occhi e ho sparato. Ancora e ancora. Finivano le munizioni. Ricaricavo. Mi coglievi dall’angolo peggiore per me. Prendevi la mira con quegli occhi blu, così freddi eppure così caotici, babelici, malati. Ti ricacciavo indietro dove potevo contrattaccarti meglio.

Nonostante il mare che cantava alla nostra destra. Nonostante la brezza marina ci accarezzasse le guance e scendesse giù a solleticarci il collo. Nonostante l’odore di salsedine cercasse invano di distrarci e prevalere sui nostri odori da animali selvatici in piena lotta. Nonostante il Sole ci facesse socchiudere gli occhi, rendendo le nostre visioni più offuscate. Nonostante il meraviglioso fragore delle onde contro gli scogli laggiù in basso cercasse di coprire il rullio del cuore che ci sbatteva in pieno petto.

Mi hai datto uno schiaffo in pieno volto. Ti ho dato una testata.
Mi hai dato un pugno nello stomaco. Te ne ho dato uno nei reni.
Mi hai fatto sputare sangue. Ti ho rotto il naso. Il solito rivolo giù per le tue labbra.
Quello per il quale ti davo sempre un fazzoletto. Così premurosamente. Ora ti guardo. Mi giro dall’altra parte. E spero ti dissangui lentamente in una pozza di gelatina di porpora lì per terra. Lì. Sull’asfalto. Lì sotto al Sole.

Mentre ti sbircio dallo specchietto retrovisore. Curiosa. Vittoriosa.

7.4.12

Io a ‘sta cosa della solitudine mi devo ancora abituare per bene.
Lei non c’è.
Nessun’altro c’è.
Ci sono solo io. Qui. Ora. Solo io.
Non ho ancora imparato a starci bene. Ancora.

Devo proprio abituarmi?

6.4.12

Hai trovato questo bottone. Un bottone serve sempre. Anche se non hai mai imparato a cucire. Tienilo, ti dici. Mettilo in quella scatola di latta rossa. Non si sa mai.
Non sai mai quando lo userai. Ci sono bottoni lì dentro che hai raccolto una dozzina d’anni fa ma non hai mai usato. Sono lì. Addormentati. Pronti a tirarsi su al momento del bisogno. Solo che questo momento del bisogno non è ancora mai arrivato.
Aspetta. Alcuni in qualche rara occasione hai anche provato a usarli. Ma non riuscivi mai a stringere i fili abbastanza. Scivolavano via dopo un po’. Li perdevi. E diventavano il piccolo tesoro di chi li raccoglieva dopo di te.
E poi trovi questo. E’ bello. Semplice. Tutto nero. Liscio. Lucido. Solido. Sembra quasi un amuleto. Questo lo raccolgo, sì. Ma non lo metto nella scatola di latta rossa. Questo me lo tengo qui. Qui vicino a me. E sembra avere uno strano potere: ti tiene compatta. Ti allaccia. Ti allaccia a dove sei. Ti allaccia a chi sei. Ti allaccia a chi vuoi. Ti allaccia al sorriso che avevi perso. Il bottone ti ricorda che nel ventre hai fuoco e nel cuore, piume.

Attenta. Il bottone è piccolo. Potrebbe rotolare via.

Correrò il rischio.

20.3.12

Quei vuoti improvvisi.
Come quando da piccola facendo su e giù sull’altalena, ti trovavi nel punto di oscillazione massima, e c’era quella frazione di secondo durante la quale eri come fermo immobile, prima di precipitare indietro o scaraventarti avanti.
Come quando da grande, guidando velocemente su un piccolo dosso, su velocemente, giù velocemente, c’è quella frazione di secondo durante la quale lo stomaco sale in gola e lì sotto alle costole sembra non esserci nulla. Solo quel vuoto opaco, irreale e polveroso di un raggio di sole che illumina un fondale marino.
Quei momenti strani in cui trattieni il respiro, sgrani gli occhi, il cuore batte fortissimo e ti assorda le orecchie perchè qualcosa di grosso sta per accadere. O forse proprio un bel niente sta per accadere e quell’eccitazione non è dovuta all’aspettazione, ma al terrore che quell’euforia si tramuti in avvilimento, in uno schermo piatto, in una frequenza radio vuota con quel destabilizzante rumore statico. La paura che la speranza si tramuti solo in noia. O peggio, in delusione.

Quei piccoli vuoti. Quei piccoli buchi neri. Quelle piccole mancanze. Grattano la pancia. Prudono i palmi delle mani. Si avvinghiano alla gola. Bruciano sotto pelle.
Ma ti fanno sentire viva. Viva come non credevi avresti mai potuto essere. Così viva da farti male. Se questo è essere vivi, io voglio stare male per sempre. Per sempre.

“…c’è un giardino di acacie, di catalpe, e di pergole dolci di viti -
là quel pomeriggio di giugno al fianco di Mary -
baciandola con l’anima sulle labbra d’un tratto questa mi fuggì.”
- E.L. Masters

18.3.12

Un giorno di Settembre, quando ero ragazzina, mia madre venne nella mia stanza in mansarda per farmi un dono. Sul palmo della sua mano c’era una scatolina piccina. Presi la scatolina con titubanza. La aprii. Dentro c’era una cosa strana: una piuma piccolissima, corta e larga, tutta rossa, RossoLava, RossoSangue, RossoVitaPura. La sfiorai. Quel lievissimo tocco smosse qualcosa nel ventre e sentii una veloce contorsione delle budella. Spalancai gli occhi spaventati e disorientati. Si spalancavano sulla Vita per la prima volta e gridavano per me una domanda: “cos’è?”. Mia madre disse che quella piuma così piccina, così delicata era preziosissima. Era stata la sua, e di sua madre prima di lei, ma ora era il mio turno di possederla. Proveniva da un Pettirosso.
I Pettirossi sono piccolissimi, non pesano più di 20 grammi, meno di quello che alcuni chiamano “anima”. E anima significa letteralmente: “respiro”. Quindi quella preziosissima piuma pesa meno del mio respiro. E se respiro vivo. Quindi quella piuma pesa meno della mia Vita. O quanto la mia Vita. “Quindi, questa piuma, è la mia Vita” mi dissi.
La dovevo custodire gelosamente. La dovevo aprire una volta al mese. Non mi avrebbe dato quel dolore al ventre. Non sempre. Dovevo guardarla e comprendere cosa significava vivere. Quale privilegio fosse. Questa piuma mi avrebbe aiutata a rimanere serena per davvero. Ma c’era una regola sola: per ammirare la piuma dovevo stare tranquilla, dovevo stare bene, dovevo essere responsabile, dovevo comprenderne il potenziale. Solo allora avrei potuto usarla come moneta. Avrei potuto guadagnare qualcosa di inestimabile usandola come valuta.
E invece la smarrii subito. La piuma era preziosa. La scatolina, molto piccola. Per quanto ci tenessi, semplicemente la persi. Forse lo feci inconsciamente perchè non mi credevo all’altezza di un simile tesoro. Forse la piuma non voleva rimanere mia perchè sapeva che non avrei saputo gestirla. Chissà. Ma la persi. Per tanto tempo. Mesi. Anni.
Un giorno di Ottobre ritrovai la scatolina durante un trasloco. Me l’ero portata dietro e non me ne ero neanche accorta. La trovò Lui. Gliela strappai dalle mani, e ora che ero donna, decisi di usarla subito come moneta. Ora o mai più mi dissi. Mesi più tardi diventai Madre. Quella piuma era davvero preziosa.
Ma la smarrii nuovamente. La persi quasi subito. Mi ricapitò tra le mani per qualche tempo, ma mi dava noia. Non potevo usarla come moneta. Era inutile. Avevo poi ben altro a cui pensare. La casa era un tale caos. Non sapevo più dove fossero le cose. Aprivo l’armadio e ci trovavo piatti e bicchieri. In bagno c’erano i libri. In cucina c’erano le coperte e le lenzuola. In frigo c’era l’aspirapolvere. Nella lavatrice abitava un pesce rosso sul fondo del cestello. La piuma mi scivolò via tra le dita scheletriche. Mi trovavo sempre al centro del mio caos, peso spostato su una gamba, una mano sul fianco e l’altra mano a reggermi il volto, con la fronte corrucciata, accartocciata nello sforzo che tentare di ricordare dove avessi messo le cose richiedeva. La piuma…
E poi, in silenzio, qualcuno entra dalla porta, senza dire nulla, dietro di me, sposta cose, inizia a dare un ordine, un senso alle cose intorno a me. Spostiamo, aggiustiamo, scopriamo, raddrizziamo, liberiamo, spolveriamo, apriamo la finestra, facciamo entrare luce. Massì, ora ricordo dove sono. Ora ricordo chi sono.
La vedi tu per primo quella piuma. Il pettirosso è coraggioso. E’ amichevole. Mi ricordi che la sono anch’io. Mi ricordi che è mio pieno diritto riavere quella piuma che tu hai ritrovato per me. Mi ricordi che ora più che mai potrò usarla bene. Me la porgi sul palmo della mano. La prendo. La accetto. Titubante prima, sorridente poi.

E’ mia. Sì, è mia.

Grazie.

11.3.12

Con €7,40 si va a Viareggio col treno. Si respira aria di mare, si sorride, si ride, ci si guarda intorno, cose così.

E un bacio sulle mani di chi non vedrai più per troppo tempo. La cosa più dolce e viscerale che si possa fare a chi si ama. Così semplice, eppure così potente.

















8.3.12

Bloom by The Paper Kites on Grooveshark">

"E cosa c'entriamo noi con la realtà? Che spazio sarebbe disposta a lasciarci?"
- David Grossman

Questo è il mio nido. La mia realtà. La realtà alle mie condizioni.
La sera, appena cala l'imbrunire, accendo la stufa, le lampade e le lucine bianche.
I miei libri, i miei sassi e legnetti raccolti al mare vengono illuminati da aloni di luce calda. Accendo i lumini nei piattini a forma di conchiglia. Brucio incenso. C'è la mia musica. Sullo schermo qualche foto. Sul frigo i disegni della mia bimba. Sul davanzale i vasetti di vetro, quelli della marmellata, con i lumini dentro. Sulla mensola, il piatto e la tazza col pavone, e i gufetti che mi avete regalato. Mirandola dorme nella sua cameretta con le lucine colorate, e il micio ai piedi del letto. La sua cameretta piena di diamanti, vestiti da principessa, libri, sassi bianchi e la cucina di legno.
Scorre l'acqua nella vasca, calda, limpida.
Mi siedo a gambe incrociate sul letto e provo a leggere.
Poi ti penso. Non posso non sorridere.
Scivolo via.




27.2.12

Mi leggo per ricordarmi chi sono.
Mi leggo e mi perdo volentieri tra tutte quelle rotondità delle vocali, le abbraccio, ci scivolo sopra come sulla ringhiera da piccola, oppure ci passo attraverso come si faceva con quelle pesanti tende di velluto rosso che si dovevano aprire per entrare al cinema. Ne sento la morbidezza, attutiscono la rabbia, il senso d’impotenza, la delusione. Colmano il vuoto che ho in mezzo alla pancia. Le abbraccio e mi scaldo. Mi avvolgono come un abbraccio dopo un’attesa troppo lunga, o mi stringono troppo come la tela di un ragno avvinghiata intorno alla sua preda.
Sto bene attenta a evitare gli spigoli delle consonanti. Ma quando li urto, trafiggono. Puntano il dito contro le mie fragilità, le mancanze, gli errori, i difetti che per quanto io cerchi di alterare sono sempre sotto la superficie, e loro lo sanno. Ridono le consonanti. Accusano. Insultano. Insinuano il dubbio. Il maledetto dubbio che io non stia facendo abbastanza e mai riuscirò. Il dubbio dannato che io faccia male a fidarmi, che lo sai Serena come va a finire.
Vocali e consonanti si intrecciano. Formano alleanze strane. Scendono a incomprensibili patti e combinazioni pur di farmi capire qualcosa. Si lasciano modellare, si lasciano guardare, misurare, pesare, valutare. Lasciano che io provi a metterle in fila. Altre volte no. Oppongono resistenza, non vogliono essere affiancate le une alle altre. Non vogliono essere scoperte, forse sanno che non sono pronta per vedere certe parole lì, nero su bianco. Mi vogliono proteggere. Oppure, vogliono vedermi soffrire ancora un po’.
Le parole sono strane. Mi prendono in braccio quando sono debole oppure mi fanno lo sgambetto quando cammino. Sono segnetti. Significano tutto. E non vogliono dire niente. Significano quello che tu vuoi.
Io voglio che siano vere. Che rappresentino la verità nuda e cruda. E le voglio tirare fuori. Le voglio estrarre. Le voglio della forma e della tonalità di grigio che voglio io. E le voglio leggere. Non ho paura. Per ricordarmi chi sono.
Anche se fanno male, perchè le mie parole sono come tante puntine da disegno sparse sul pavimento. E io sono perennemente scalza.

Come quando t'ho sposato.

26.2.12

Volevi solo non-essere.

E poi sì. E dentro quel “poi” ci stanno malattia, disperazione, soste sulla tavoletta del water di primo mattino, chissà poi perchè alla stessa ora, con la lametta in mano a seguire i rami di quel salice piangente di vene blu lungo il polso sinistro.

Poi decidi che no, ci sono un paio di cose che vorresti provare a fare, a sbagliare, a mancare. Un paio di persone che vorresti provare ad amare, o infastidire, o infettare, o distrarre.

Così resti. E ti ripeti che ne hai ogni diritto. Che quel corpo ha diritto di occupare spazio. Anzi, quello spazio è mio. Mio. Ho un nome. Con questo corpo ho creato. Questo corpo martoriato, cicatrizzato, deformato, mutato, germogliato, maturato, fecondato, appassito e poi gettato nell’aia a bruciare con le altre erbacce, invece, ha diritto di rimanere. C’è ancora qualcosa da dare. Forse.

Ma come si tira fuori? Per chi lo tiri fuori? Perchè lo tiri fuori? E anche se avessi una mezza idea, tanto il cuore batte secondo la sua canzone che la mente stravolta e disorientata non riesce mai a captare al momento giusto. Una danza goffa.

Una danza d’amore, di odio, di sopportazione, di incomprensione, di gioia, di disperazione, di ribellione, di solitudine. Perchè mente e cuore non sono poi così distanti, eppure così inavvicinabili. Non si sfiorano. Mai.

E quando vorresti poter sfiorare “qualcunocosa” e non lo fai, le braccia, le mani fanno male, diventano pesanti come quando si blocca la circolazione. Senti il peso del midollo spugnoso all’interno delle ossa, senti il peso dei tessuti connettivi molli come il budino, senti il peso dei nervi tesi come cavi dell’alta tensione, senti il peso dei vasi sanguigni fatti di creta con tutto quel fuoco vivo che scorre al loro interno, senti il peso della pelle, corteccia di seta.
E pesa tutto. Sai ormai che quel tocco sprigionerà quell’alito di vita che ti ricorderà chi sei e perchè ci sei, e perchè devi restare.
Forse.
Eppoi ora sai davvero cosa significhi amare, sentire, vivere e poi vedersi sparire tutto così.
Così.

24.2.12

Quando ero libera.
Saltavo in macchina, accendevo la radio, chiudevo lo sportello, inserivo quella chiave che si incastrava così armonicamente, e la giravo con quella piccola rotazione del polso che innescava l’inizio della mia liberazione.
Lasciavo che i chilometri scivolassero via, uno dopo l’altro. I numeri che rollavano nel contachilometri come piccoli segnetti cuneiformi. Mi scagliavo verso “versovunque”.
Dirsi che tra tre canzoni giri e magari torni sulla strada di casa, e poi dirsi, no ancora fino alla fine dell’album. E magari il prossimo ancora.
Fluiscono liquidi e lisci i chilometri. Lascio una scia di errori, rimproveri, frustrazioni, insoddisfazioni, rabbia, impotenza e noia dietro di me come fanno gli aerei nel cielo.
Mi dirigo verso il mio prossimo “ovunque”, e non mi interessa arrivarci, l’importante è stato partire.
E girare la macchina. E girati le spalle, girarvi le spalle, girarmi le spalle.

E andare via. Versovunque, nel mio cielo d’asfalto. Le righe bianche, i miei gabbiani silenziosi.

22.2.12

Qualcosa a volte semplicemente si spezza. Non vuoi, ma è un dato di fatto. Eppure le regole le avevi lette prima di iniziare a giocare. Certe cose bisogna ignorarle. Se non le vedi, è un po’ come se non ci fossero.

L’hai fatto per tanto tempo. Certo che ti ricordi come fare, per quanto tu ti atteggi a fare quella schietta e coraggiosa abbastanza da chiamare tutto col proprio nome. Eppure non funziona così, e tu lo sai. Com’è la storia? Puoi decidere di chiamare una Rosa, “Margherita”, solo per farla sembrare più innocua. Ma sai che non è così. Consonanti e vocali, suoni e accenti non lisciano le spine sullo stelo. Quelle ti pungono lo stesso. Anzi. Ci conficchi la carne viva ancora di più perchè ti colgono alla sprovvista. Tu che ti eri illusa non ci fossero solo perchè gli avevi dato un nome diverso, solo perchè avevi deciso di non volere vederle. L’illusione.

Guarda il mondo intorno a te. Chiama le cose col loro nome.

Guardale in tutta la loro altezza, larghezza, profondità, ampiezza, lunghezza.

Guardale in faccia. E non ti spaventare.

Solo così vedrai quelle Rose così incantevoli. Quelle corolle. Ogni petalo una storia e un’avventura, un vento e un sussulto, una perdita e un'onda, una corsa e un riposo, una pulsazione e un silenzio, un graffio e una lezione, un distacco e un'abbraccio, una bruciatura e una cura, un’incastro e un’addio.

20.2.12

Essere così dannatamente barricati emotivamente. Fortemente trincerati. Cuore ingabbiato sotto costole di ferro e argilla.
Poi, quando alla fine inizi ad aprire uno spiraglio, finisce che un attimo dopo ti spalanchi. Divarichi quelle ossa e non sai calibrare l'energia, ne spezzi qualcuna, ma poco importa, finalmente i muscoli possono contrarsi liberamente. Sentono. Respirano. Vibrano.

E poi ci si tocca davvero.

A volte sono carezze, a volte sono morsi.

Basta.

Ho finito.

Questa è stata l’ultima volta.

La prima in 12 giorni. 288 ore. 17,280 minuti.

Questa è stata l’ultima volta.

Ho finito.

Basta.


16.2.12

Fluttuare in quel non-spazio tra i gabbiani.
Non esiste nulla di definito lassù, gioia e tristezza si fondono, noia e stimoli si sciolgono l’uno dentro l’altro, solitudine e claustrofobia vivono l’una dentro l’altra come in una matrioska.
E poi ci sono io che cerco di capire come dovrei stare. Precisamente qual è il mio pezzetto di cielo? C’è?
L’unica cosa che so è che quando ti sento ridere, il cuore si ferma all’improvviso per poi ricominciare a battere mille battiti al minuto.

Muoio e rinasco.

E il resto poi andrà a posto. Ne sono sicura.


14.2.12

E poi ci fu "Il Devasto-Parte I"
Quella sera tra Cuba pestati, birra, vino rosso, System of a Down e "Alla scoperta di Nemo" mi sono addormentata contenta.
In più ero con alcune delle persone che più adoro al mondo.
Gran bel Sabato sera.

E poi ci siamo risvegliati col mare davanti...











Lezioni di abbracci, sorrisi e discorsi a colazione.