IO ALLA FINE NON SO COSA SIA UNA BELLA FOTO.SO SOLO CHE VEDO COSE E LE DEVO FERMARE.E CHE A VOLTE HO QUALCOSA DA DIRE.ALTRE VOLTE, NO.


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22.4.12

E certe parole non sono solo parole quando le senti. Pesano.
 Non sono solo parole. Sono palle di cannone. Quando le senti, le guardi al rallentatore mentre ti trapassano le budella e gocce di sangue come tante perline rosse si sparpagliano sul pavimento e ballano la tarantella. E la palla di cannone esce dalla schiena, dietro, e brucia, fiamma viva si attorciglia intorno ai reni rapida e vorace. 
Non sono solo parole. Sono come quegli scogli sott’acqua. Quelli affilati come lame di coltello. E ti tagli mentre nuoti e ridi coi tuoi amici di fianco e hai il fiatone e i capelli si appiccicano intorno al viso e respiri così forte che hai la pancia tutta in dentro e i seni cercano di salire su. 
Non sono solo parole. Sono insegne al neon fatte a forma del tuo nome. Con una bella “S” pure. Tipo quella della Sambuca Molinari. La freccia punta te. E il neon sfolgora. E ti acceca. Quelle parole ti accecano per un secondo. 
Guardi nel vuoto. Ti senti nuda davanti a quella luce, davanti a quella lama, davanti a tutta quell’artiglieria. 
 Eppure chi le pronuncia non vuole farti del male. 
Ma le parole sono vive. Sono piccoli parassiti che ti cercano, ti trovano, vengono a te. 
Non ti girare, non serve. 
Ti troveranno sempre. E tu guarderai nel vuoto. E vorrai rivomitarle indietro. E gli occhi bruciano. E la gola fa male. Ma male davvero stavolta. Ed è stato come ingoiare veleno per topi stavolta. Ed è come avere un mozzicone di sigaretta incastrato in gola stavolta. 

 “Hai la voce bassa Serena, un colpo d’aria anche tu tesoro.” 
 “…sì… sarà un colpo d’aria…” 

Bugiarda. 


15.4.12

Dovrei essere contenta. O per lo meno, qualcosa di molto simile. Alcuni pezzettini del mio puzzle sono andati a posto. Altri non ancora ma ho già visto con gli occhi dove andranno a finire presto. Lottando, ma ci andranno. C’è chi mi sta facendo capire che le mie foto non sono inutili e qualcuno le guarda anche. Dal di fuori, sto bene. Me lo dicono tutti, vorrà pur dire qualcosa.
Eppure.
Eppure, perchè ho questo piccolo parassita che mi mangia un pezzetto di cuore lì in basso a sinistra? Perchè quando nessuno mi guarda mi faccio robe spiacevoli e inutili? Perchè non riesco proprio a crederci quando mi viene fatto un complimento o un presunto tale? Perchè certe distrazioni non funzionano più di tanto? Perchè non riesco nemmeno a desiderare di spiegarmi? Perchè ho sempre questo fossato intorno? E perchè desidero abbassare il ponte levatoio per far entrare qualcuno solo così estremamente rarissimamente? Tipo una volta ogni lustro? Però che bello quando succede… Vorrei farlo e rifarlo e ancora e ancora senza mai fermarmi, per non farlo mai diventare un ricordo ma una realtà meravigliosamente struggente e stremante.
Eppure vorrei tanto credere, ammettere, connettere, accettare, fare pace. Lo vorrei tanto.
Magari.
Magari poi.
Magari presto.

6.4.12



“Era bello vedere che il verde ritorna e che si svegliano i ghiri
era bello sapere che dopo l’inverno la voglia ritorna anche a te”

-Tre Allegri Ragazzi Morti

23.2.12

7 del mattino. Seduta qui col caffè in mano.
Sento il tocco benevolo della ceramica calda. Il profumo di caffè mi riporta dolcemente alla vita come lo sguardo premuroso di mio nonno, i cui occhi erano bruni e vivi come la terra che coltivava.
Un raggio di sole attraversa la persiana bianca come le nuvole. Attraversa il vetro della nostra palla di vetro. E arriva a sfiorarmi il viso. Solo un poco sulla guancia sinistra. Così dondolo la testa, inclino il collo a cercare di strofinarmi in quel lembo rincuorante di luce.

Come se mi strusciassi su di te.

16.2.12

Fluttuare in quel non-spazio tra i gabbiani.
Non esiste nulla di definito lassù, gioia e tristezza si fondono, noia e stimoli si sciolgono l’uno dentro l’altro, solitudine e claustrofobia vivono l’una dentro l’altra come in una matrioska.
E poi ci sono io che cerco di capire come dovrei stare. Precisamente qual è il mio pezzetto di cielo? C’è?
L’unica cosa che so è che quando ti sento ridere, il cuore si ferma all’improvviso per poi ricominciare a battere mille battiti al minuto.

Muoio e rinasco.

E il resto poi andrà a posto. Ne sono sicura.


29.10.11

"La Strada che va in Città" - Natalia Ginzburg

Ho letto questo racconto tutto d'un fiato.
Natalia Ginzburg è una scrittrice che leggo sempre volentieri. Le sono molto affezionata, essendo stata una delle mie letture notturne da adolescente spensierata.
Il libro è stato scritto negli anni '40 in un periodo di enorme mutamento sociale.
Ci sono donne che si lasciano manipolare e manipolatrici.
Delia si innamora di qualcuno ma finisce con qualcun'altro.
Ci sono tensioni in famiglia, è duro guadagnarsi da vivere.
Ma soprattutto, Delia, abbandona la casa natale che le sta stretta per avviarsi verso la città. La città che mai come adesso ha così tanto da offrire perchè sta cambiando così velocemente, proprio come Delia.
Personalmente, le trame nei libri mi interessano fino ad un certo punto.
Il modo in cui concetti, i pensieri, i sentimenti vengono descritti ha molta più importanza per me.
E la Ginzburg non delude. Tutt'altro.
Usa un linguaggio così schietto, franco e diretto. In poche parole, traccia piccoli schizzi di un gesto, di uno sguardo, di una breve conversazione creando immagini vividissime. Ho "visto" questo libro, nelle scene campagnole, come uno di quei sereni, placidi, rassicuranti quadri macchiaioli.
In alcuni punti il racconto è così sincero da essere quasi brutale.
E questo mi è piaciuto davvero tanto.

Visto che uno dei temi trattati è il contrasto tra campagna e città, qui ci sono due foto che ho fatto ai miei prozii che vivono su una collina qui vicino.
Sono autentici contadini. Gente che mangia la propria verdura, la propria frutta, i propri animali, gente che cura l'aia ben bene e la cui vita è scandita dall'alternarsi delle stagioni, delle varie semine o raccolti da fare, dalle marmellate o passate da invasare e gli animali da curare.
Non ce n'è più tantissima di gente come loro.
Io vorrei proprio vivere così.

















6.9.11

Non riesco a fare due passi e non raccogliere fiori.
Mi rende felice.
Davvero.
Quella sensazione così rara.
Quella sensazione che ti travolge come un cavallo in corsa, per poi abbandonarti illividita sul pavimento.


3.9.11

Colonnata.

"I Loro Sogni"

Sognano verdi alberi
e fontane che cantano nella gola riarsa.
Nei loro volti è il martirio.
E il sole arde.
Un sole di mille soli che arde
riflessi spietati contro bianchi marmi,
contro i poveri occhi tormentati;
contro spalle lucide sconsolatamente ricurve: E le fontane cantano. E la cava è un inferno.
E le leve scottano,
i martelli diventano grevi,
e il duro marmo più restìo.
E la volontà si spezza nell'intimo,
lacrime e sudore si confondono
in un tragico odio che trabocca,
che uccide la ragione.A che valsero i figli! Oh! Odiano!
Odiano il giorno che li vide nascere,
odiano i baci della prima notte di matrimonio,
odiano, padri, madri,
il mondo che li circonda.
Se stessi.
Il sole arde.
Morte!
Oh morire! Ecco il sogno più bello;
la nera , dolce, gelida, silenziosa morte,
l'eterno agognato riposo,
la fresca terra di sempreverdi cipressi.
1l sole arde. Un sole di mille soli che arde.
E la cava è un inferno.
A sera,
quando un sorriso aspetta la parola
e un bambino che dorme è commozione,
la volontà ritorna:
domani lotterà,
domani è un altro giorno,
e un altro, e un altro”.
- Lorenzo Tarabella, 1957