IO ALLA FINE NON SO COSA SIA UNA BELLA FOTO.SO SOLO CHE VEDO COSE E LE DEVO FERMARE.E CHE A VOLTE HO QUALCOSA DA DIRE.ALTRE VOLTE, NO.


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8.5.12

Vorrei dire tante cose. 
 Ma faccio fatica a mettere in fila una frase. 
E vorrei piangere tanto, proprio con i lacrimoni e il singhiozzo e il moccico e ridurre il fazzoletto di carta in tanti filetti pelucchiosi che si appiccicano da tutte le parti. 
Ma niente. Tachicardia, respiro corto e una lacrima arida, oleosa, salatissima che fatica a venire giù, pesantissima, lentissima, carica del peso di troppe angosce, reali o presunte tali, giustificate e non. 
 Scrivo e cancello. Scrivo e cancello. Fotografo e cancello. Inizio un lavoro e poi rimango ferma a fissare qualcosa. Guido e non vedo. Mangio e non sento sapore. Bevo e non mi rilasso. Dormo ma non riposo. Penso ma non arrivo ad una conclusione. Sono seduta e mi devo alzare. Mi trucco e non mi piaccio. Mi vesto carina e mi faccio schifo. Mi guardano e vorrei sussurrare loro che sono una malsana portatrice di buchi neri da ingoiare, lasciate perdere. Rimbocco le coperte a mia figlia, la guardo mentre dorme e voglio scusarmi. Per tutto quello che sono e per tutto quello che non sono. 
Sono irrequieta. E il silenzio mi urla nelle orecchie troppe verità che non sono pronta ad affrontare.
E quelle ombre violacee sotto agli occhi bisbigliano di bersagli mancati e rallentamenti spugnosi.
E il Sole là fuori. 
Temo che stavolta non mi asciugherà. Non ancora.
 Temo che stavolta resterò bagnata. 
Ancora per un po’. 


22.3.12

Quando uscivo dal lavoro a Londra e mi ritrovavo sulla piattaforma della tube di Oxford Circus diretta a King’s Cross St.Pancras dove avrei cambiato la Victoria Line per la Piccadilly diretta verso il mio monolocale a Holloway Road, ero sempre colta da troppe sensazioni. Mi piaceva tanto quella ressa. Forzava tutti questi corpi a stare vicino, a contatto, forzava intimità su persone che non avevano nemmeno il coraggio di guardarsi negli occhi. Mi piaceva sentire il calore che si sprigionava, che pervadeva ogni millimetro intorno a noi. Mi piaceva vedere così tanti volti dalle stutture ossee più diverse, i vari tipi di zigomi, le forme diverse degli occhi, i colori, dai più trasparenti e vitrei a quelli più scuri, quelli neri come il nero del cielo di notte, le labbra dalle più sottili a fessura a quelle più morbide, sfumature della pelle che non sapevi esistessero, perchè l’amore non ha confini e le creature più belle sono spesso frutto di amanti dai cammini di vita più diversi. Mi piaceva vedere i capelli. Tutti i colori, naturali o artificiali. Mi piaceva vedere i capelli fini delle tipiche inglesi, di quel castano ramato e caldo. Mi piaceva vedere i capelli biondissimi delle Scandinave. Mi piaceva vedere il crespo del capello africano o caraibico e sognavo sempre di tuffarci le mani. Sognavo di accarezzare i lunghi capelli neri delle Indiane, neri e lisci come il mare in una notte di estate. Corpi dalle forme più diverse, muscoli che si sviluppano in modo diverso. Mi piaceva guardare le unghie delle persone, mi piace ancora farlo, ammirarne le diverse forme geometriche. Mi piaceva vedere quanto erano affusolate le dita.
Tutti diversi. E tutti uguali: tutti affamati, tutti stanchi, tutti sbadiglianti, tutti sospiranti, molti ciondolavano la testa per riuscire a dormire 10 minuti, molti leggevano e io spiavo sempre. In quel mare di estranei, di sconosciuti conosciuti, io mi sentivo a casa. Adoravo il tragitto. Adoravo stare con “loro”. Tornare in superficie mi spaventava sempre. Là fuori c’era il pericolo vero avevo scoperto.

Però allo stesso tempo, a volte mi sentivo soffocare. Avrei voluto poter respirare senza essere notata. Avrei voluto cacciare un urlo e far sparire tutti magicamente per poter sentire il mio cervello pensare. Tutta questa gente che mi toccava, mi sfiorava, si strusciava, mi respirava addosso, mi sbadigliava addoso, mi piantava gli occhi addosso, mi guardava, cercava di leggermi il badge, mi inquietava.

Credo di sentirmi un po’ come sulla piattaforma della Victoria Line a Oxford Circus.
Sono contenta di essere. Di esserci. Di essere riuscita, almeno superficialmente a connettere con altri esseri umani. Soprattutto i bambini. Chiaccherare con sconosciuti è sempre una cosa che adoro fare. Mi piace scoprire. Mi piace scoprire che quel che non conosco non è una minaccia, ma tutt’altro. Che dietro un viso serioso si nasconde chi non vede l’ora di fare amicizia. Questo mi è stato insegnato da chi ha avuto la pazienza di puntellare il mio muro e farlo crollare dalle fondamenta, sistematicamente, organicamente, spontaneamente. Anche questo è un dono che ho ricevuto. Così.
Aver imparato a dare fiducia a chi se l’è meritata e guadagnata, mi ha aiutata a dare fiducia ai più. Alla folla intorno a me sulla piattaforma.
Li voglio, certo, due minuti per me. Ma tutto sommato, sulla piattaforma ci sto bene.

Sorrido.
E aspetto il mio treno.

Il led come sempre dice che il mio è in arrivo tra due minuti.

8.3.12

Sono contenta con me.
Mi sono fatta valere. Mi sono aperta. Mi sono fatta conoscere. Mi sono spiegata alcune cose. Mi sono ripetuta e convinta di cose fondamentali. Mi sono ripetuta quella voce guida in testa e l’ho seguita a testa bassa. Mi sono tenuta a bada. Mi sono sfidata. Ho accettato la sfida e mi sono provata qualcosa.
E oggi, per la prima volta, in tanto, tantissimo tempo stare sola con me è stata una convivenza tranquilla. Pacifica. Gestibile.
Come se mi fossi seduta su una panchina già mezza occupata sul lungomare. Senti la presenza di qualcuno vicino a te, all’inizio stai attenta a non sgomitare troppo, a non occupare troppo spazio. Poi tutto è talmente tranquillo che dimentichi ci sia qualcuno all’altro capo della panchina. Anzi, incriociate gli sguardi e vi sorridete. Magari scambiate due parole. Quella preziosa presenza silenziosa ma tangibile, è lì al lato della panchina, a fare da contrappeso, da zavorra, per tenerti vicina non solo a lei ma al resto degli altri essere umani, nonchè a te stessa. E se quella persona si alza prima di te, e ti saluta, quasi quasi ti dispiace. E vorresti ringraziarla per averti tenuto compagnia.Per quei pochi minuti è stata preziosissima. E forse non lo saprà mai. E tu la guardi mentre si allontana. Cerchi di imprimertela nella testa, come se schiacciassi la tua mano sulla sabbia fine e dorata di una spiaggia del Sud. E ti prometti che non la dimenticherai mai. E invece lo farai. Ma poco importa. Ci saranno altre panchine. Altri sconosciuti si siederanno.
E starete seduti lì, in quella silenziosa pace, con un tacito accordo. E tu siederai, guarderai fisso il mare e respirerai e tutto sarà calmo dentro te. Anche se solo per due preziosissimi, benedetti minuti.
E lo so che quella persona sulla panchina sono io. Ma a volte sei tu. O magari lo siamo entrambi. Ma solo per ora. Solo per un altro po’.

“Ogni cosa mi è lecita; ma non ogni cosa è vantaggiosa.”

A volte parlo troppo. E’ difficile dosare la quantità di forza da usare quando scolpisci e non l’hai fatto da tanto tempo.
All’inizio si usano forse martello e scalpello. Bisogna tirare fuori una vaga forma da quel blocco di granito sordo. Dare la prima martellata è la cosa più difficile. Vuoi. Lo vuoi tanto ma il braccio pesa, non si muove, non si alza a impugnare il martello. Poi, con fatica, ci si violenta e si prende in mano. Si sente l’impugnatura fredda, ci si abitua, la si stringe fino a sentire sudore nel palmo della mano, calore, bruciore. E poi dopo un secondo a mezz’aria la mano sferra il primo colpo. E resti attonito a guardare cos’hai fatto: quel primo pezzo di pietra, seppur dura, è stato spezzato. E’ lì per terra. Ti guarda. Ti chiede perchè. E poi ti ringrazia.
Così continui. Non senti più la fatica, non senti il dolore ai muscoli che non sono abituati a sforzi simili. Bruciano i polmoni e si secca la gola con tutta quella polvere nell’aria. Ma quanto è bella la forma che stai liberando, che si sta plasmando, quell’embrione di serenità, di sorrisi, di pace tanto meravigliosa quanto effimera.
L’adrenalina è in circolo. Ti ubriachi quasi a guardarla questa scultura. Ma l’hai fatto tu quell’incantevole casino lì per terra?
E ora arriva la parte più difficile.
Questa forma va tenuta sotto controllo. Devi imparare a usare il compasso e a fidarti del tuo occhio. Ora devi usare la raspa. Appoggia il martello. Con delicatezza ora, devi curare i particolari. Devi imparare a levigare. Devi capire cosa deve restare in superficie e cosa sarà bene lasciare accennato o addirittura taciuto.
E questo, tu, non lo sai fare. Quella scultura la vuoi vedere più di ogni altra cosa al mondo. Ma hai paura di commettere un’imperdonabile errore, un’errore irreparabile con quella raspa in mano. Non l’hai mai usata. Per lo meno non per una scultura talmente bella. Perchè sei sicura che nessun altro blocco di granito possa contenere un sogno simile. Lo sai.
E quindi?

27.2.12

Mi leggo per ricordarmi chi sono.
Mi leggo e mi perdo volentieri tra tutte quelle rotondità delle vocali, le abbraccio, ci scivolo sopra come sulla ringhiera da piccola, oppure ci passo attraverso come si faceva con quelle pesanti tende di velluto rosso che si dovevano aprire per entrare al cinema. Ne sento la morbidezza, attutiscono la rabbia, il senso d’impotenza, la delusione. Colmano il vuoto che ho in mezzo alla pancia. Le abbraccio e mi scaldo. Mi avvolgono come un abbraccio dopo un’attesa troppo lunga, o mi stringono troppo come la tela di un ragno avvinghiata intorno alla sua preda.
Sto bene attenta a evitare gli spigoli delle consonanti. Ma quando li urto, trafiggono. Puntano il dito contro le mie fragilità, le mancanze, gli errori, i difetti che per quanto io cerchi di alterare sono sempre sotto la superficie, e loro lo sanno. Ridono le consonanti. Accusano. Insultano. Insinuano il dubbio. Il maledetto dubbio che io non stia facendo abbastanza e mai riuscirò. Il dubbio dannato che io faccia male a fidarmi, che lo sai Serena come va a finire.
Vocali e consonanti si intrecciano. Formano alleanze strane. Scendono a incomprensibili patti e combinazioni pur di farmi capire qualcosa. Si lasciano modellare, si lasciano guardare, misurare, pesare, valutare. Lasciano che io provi a metterle in fila. Altre volte no. Oppongono resistenza, non vogliono essere affiancate le une alle altre. Non vogliono essere scoperte, forse sanno che non sono pronta per vedere certe parole lì, nero su bianco. Mi vogliono proteggere. Oppure, vogliono vedermi soffrire ancora un po’.
Le parole sono strane. Mi prendono in braccio quando sono debole oppure mi fanno lo sgambetto quando cammino. Sono segnetti. Significano tutto. E non vogliono dire niente. Significano quello che tu vuoi.
Io voglio che siano vere. Che rappresentino la verità nuda e cruda. E le voglio tirare fuori. Le voglio estrarre. Le voglio della forma e della tonalità di grigio che voglio io. E le voglio leggere. Non ho paura. Per ricordarmi chi sono.
Anche se fanno male, perchè le mie parole sono come tante puntine da disegno sparse sul pavimento. E io sono perennemente scalza.

Come quando t'ho sposato.

19.2.12

E poi ci fu: "Il Devasto - Parte III"
Risate, birra, abbracci. Sguardi che durano giusto un secondo di troppo.
Voler riempirti gli occhi di ciò che per un po' non vedrai, riempirti le orecchie di ciò che per un po' non sentirai.
Arrivederci. Tornate presto, ma state tanto.