IO ALLA FINE NON SO COSA SIA UNA BELLA FOTO.SO SOLO CHE VEDO COSE E LE DEVO FERMARE.E CHE A VOLTE HO QUALCOSA DA DIRE.ALTRE VOLTE, NO.


8.3.12

“Ogni cosa mi è lecita; ma non ogni cosa è vantaggiosa.”

A volte parlo troppo. E’ difficile dosare la quantità di forza da usare quando scolpisci e non l’hai fatto da tanto tempo.
All’inizio si usano forse martello e scalpello. Bisogna tirare fuori una vaga forma da quel blocco di granito sordo. Dare la prima martellata è la cosa più difficile. Vuoi. Lo vuoi tanto ma il braccio pesa, non si muove, non si alza a impugnare il martello. Poi, con fatica, ci si violenta e si prende in mano. Si sente l’impugnatura fredda, ci si abitua, la si stringe fino a sentire sudore nel palmo della mano, calore, bruciore. E poi dopo un secondo a mezz’aria la mano sferra il primo colpo. E resti attonito a guardare cos’hai fatto: quel primo pezzo di pietra, seppur dura, è stato spezzato. E’ lì per terra. Ti guarda. Ti chiede perchè. E poi ti ringrazia.
Così continui. Non senti più la fatica, non senti il dolore ai muscoli che non sono abituati a sforzi simili. Bruciano i polmoni e si secca la gola con tutta quella polvere nell’aria. Ma quanto è bella la forma che stai liberando, che si sta plasmando, quell’embrione di serenità, di sorrisi, di pace tanto meravigliosa quanto effimera.
L’adrenalina è in circolo. Ti ubriachi quasi a guardarla questa scultura. Ma l’hai fatto tu quell’incantevole casino lì per terra?
E ora arriva la parte più difficile.
Questa forma va tenuta sotto controllo. Devi imparare a usare il compasso e a fidarti del tuo occhio. Ora devi usare la raspa. Appoggia il martello. Con delicatezza ora, devi curare i particolari. Devi imparare a levigare. Devi capire cosa deve restare in superficie e cosa sarà bene lasciare accennato o addirittura taciuto.
E questo, tu, non lo sai fare. Quella scultura la vuoi vedere più di ogni altra cosa al mondo. Ma hai paura di commettere un’imperdonabile errore, un’errore irreparabile con quella raspa in mano. Non l’hai mai usata. Per lo meno non per una scultura talmente bella. Perchè sei sicura che nessun altro blocco di granito possa contenere un sogno simile. Lo sai.
E quindi?

5.3.12

Spesa essenziale di metà settimana:
latte e yogurt = proteine per essere forti;
edera = bellezza per essere serena;
birra = alcool per essere felice.
Non manca niente.

Settimana di 3 giorni a Livigno-Atto III e bon.












2.3.12

Settimana bianca di 3 giorni in camper a Livigno. Atto I




















Ieri sera si è spezzato qualcosa. La clessidra dentro di me andava piano piano riempiendosi sempre più fino ad arrivare al momento in cui sarei implosa. E così è stato.
Non ci avevo fatto caso, ma essere accolta in una casa “felice” con un papà, una mamma e due bambini meravigliosamente belli è stato come innescare una bomba ad orologeria in me. I disegni sul frigo, i bicchieri di vetro per mamma e papà e quelli di plastica colorata per i bimbi, il vino rosso per mamma e papà, e il succo d’arancia per i bimbi. La madre lì per terra, cerca qualcosa. Il padre controlla che la bimba mangi, che i bimbi non si menino troppo. Guarda le sue creature e continua a mangiare. Si cercano con lo sguardo e si trovano, per qualsiasi cosa, un sorriso, una richiesta, un rimprovero. Si cercano. E si trovano. Sono tutti e quattro nella solita stanza. Sono tutti e quattro sotto lo stesso tetto. Io mi sono persa a guardarli. Sono così belli nella loro bolla imperfetta. Quella famiglia è bella. Ogni famiglia è bella. Ogni nido è bello.
E poi, qualche ora dopo, la bomba è implosa.
Mi ricordo com’erano le fredde sere d’inverno quando la bimba dormiva nel suo lettino ikea, quello che a te non piaceva, quello che però io pensavo fosse pratico perchè si allungava così me lo ero andata a comprare senza di te in Essex su quella maledetta M25. Com’era rassicurante però, nonostante tutto, quando chiudevamo il cancello di quercia fuori, e poi entravi, in maniche corte, e chiudevi anche il portone. E sul vecchio divano di pelle c’erano le coperte. E il vino rosso nei calici, e il tagliere di formaggi e olive stava sul tavolino di vimini. E le luci di Natale bianche appese in giro per casa erano sempre accese. E noi stavamo lì, tu al computer, io me ne andavo su a leggere. Tranquilli nella nostra serenità indipendente. Non c’era bisogno di dire niente. E il camino era acceso, anche se dovevo tenere sempre la finestra aperta perchè fumava e quel giorno “Lo Spazzacamino” non aveva capito quale fosse il problema. La casa aveva 500 anni. Forse era solo stanca e voleva essere lasciata in pace.
Come lo volevi tu, e come sotto sotto lo volevo io. E così quella casa l’abbiamo abbandonata un giorno di Settembre. E non sapevamo nemmeno che sarebbe stato per sempre. Quella nostra famiglia, sotto un unico tetto si è sgretolata quel pomeriggio. E noi, ignari non lo sapevamo ancora. Siamo saliti in macchina e ci siamo fermati dal benzinaio per comprare Sneaker per te, Flake per la bimba e Cioccolata Calda per me. E due birre per dopo che non si sa mai, “just grab them” dicevamo.
Il nostro nido distrutto pare sia ancora una ferita aperta. Ma non perchè era il mio o il tuo. Era il suo.

Ma io, ne ricostruirò un’altro. Senza di te.