IO ALLA FINE NON SO COSA SIA UNA BELLA FOTO.SO SOLO CHE VEDO COSE E LE DEVO FERMARE.E CHE A VOLTE HO QUALCOSA DA DIRE.ALTRE VOLTE, NO.


17.10.13

E poi, mentre piangi, arriva quel sonno che è come se qualcuno ti avesse tappato naso e bocca col classico fazzoletto imbevuto di cloroformio. 
Confusione, affaticamento e mal di testa. 
E poi nero. 
 E dormi per ore. 
O meglio, svieni per ora. 
Inghiottita da qualcosa di nero e vischioso. 
E sogni lui che ti dice: "Sere te lo dico io cos'è che non va..." 
E ti risvegli non capendo che giorno sia, che ora sia, se sia ora di andare a lavorare o di portare la creatura a scuola. 
E non sai se è mattina o pomeriggio o notte, se sia passata 1 ora o 100. 
Non sai se sia Ottobre o Maggio o Dicembre, se sei sul pianeta Terra o quello dal quale sei provenuta tu ma non ti ricordi più il nome. 
 Non vorrei ricordarmene più neanche uno di nome. 
 Nemmeno uno. 
 Incluso il mio. 
Vorrei non ricordare più niente. 
 Svegliarmi e per una volta non pensare a niente. 
 Accettare che quello è il luogo in cui mi sveglio. 
Accettare che quella sia l'ora. 
Accettare che quelle sono le cose che ho da fare. 
Accettare di fare quello che ci si aspetta da me. 
E basta.
 Cervello dalle sinapsi docili. 
 Nervi ricoperti e cuore in pace. 
Pelle più coriacea. 
 Un cuore senza parassita a mangiarselo lì in basso a sinistra. 

 E invece.



16.10.13

Pensavo di non finirci più qui. 
Agosto, Settembre, Ottobre. 
3 mesi. 
Proprio allo scadere dei 3 mesi. 
Si è riaperta la voragine dentro. 
All'improvviso si apre la botola sotto alle scarpe. 
E giù. 
Stomaco in gola. 
Eccolo il conato di delusione. 
Ecco il metro cubo di asfalto di strada troppo battuta che risale su e sfonda e sfascia e lacera e gratta e stride e sussurra freddo che no, che tu non ce la fai ancora, e cosa credi? farcela nei prossimi 3 mesi? 
3 mesi. 
 Sono solo 3 mesi per chiunque. 
90 inutili giorni. 
Ma per me sono come 3 decenni. 
 Come quei 3 minuti infiniti mentre aspetti che un medico ti dica come stai davvero. 
Come quei 3 minuti infiniti quando eri piccola e la mamma ti guardava e decideva se a scuola andavi o no. Come quei 3 minuti infiniti mentre aspetti che lui ti baci. 
3 decenni. Non sono 3 minuti. 
 Ma alla fine quei 3 minuti passano. 
E tu illividita e cianotica ci sei arrivata in fondo. 
E il medico ti dice che no, non stai poi così bene. 
E la mamma dice che ti dà un pacchetto di fazzoletti e vai che ce la fai. 
E lui poi tanto non ti bacia che sicuro c'è una meglio di te. 
 E poi passano quasi 3 mesi. 
E tu pensi che forse ce la fai. 
Ma no. Torni lì sotto al centro della terra. 
Scaraventata giù. 
Fa male tutto. 
 Fa male muoversi. 
Fa male respirare. 
Fa male guardare qualsiasi cosa. 
Fa male sentirvi. 
Sono passati 3 mesi e guardati. 
Sei di nuovo lì in terra. 

15.10.13

Quest'estate al mercato regalavano gattini. 
Come ogni Giovedì. 
La gente passa, emette un gridolino di tenerezza e va oltre. 
Era qualche anno che non avevo un gattino. Sempre avuti. 
 Jean-Pierre il gattone color mango. 
 Cherie la micia elegante color copertina scozzese. 
Romeo il gattone tigrato. 
 Stoosh il gatto indemoniato che sapeva sempre quando stavo piangendo e che amavo alla follia. 
 Mr Morris (The Seagull Killer) e Miss Molly (The AirScratcher) nel mio cottage in Inghilterra, neri come il fumo che ti si infila tra i capelli giù nella metro di Londra. 
 Simba il primo gattino di Miranda. 
 Sole, tutta bianca dal viso alieno sparita troppo presto (ma credo che in anni felini ne avesse 27). 
 Basta gattini che poi spariscono mi ero detta io. 
Troppe persone spariscono già nella vita. Basta anche i gattini. 
Che poi ti affezioni e poi un giorno ciao, non ci sono più. 
E invece una mattina di Luglio vado al mercato. 
Seguendo svogliatamente madre in assetto da casalinga agguerrita. 
E nella gabbietta c'erano due micette. 
Una bianca. Carina. 
Una nera con sfumature rosse strane e righe arancioni senza senso, come se un bimbo l'avesse scarabocchiata con un pennarello. 
Scheletrica. 
Occhi troppo grandi. 
Ma verdi come Oz. 
Immobile in un angolo. Bruttissima. 
Talmente brutta da disegnare tutta l'orbita in cielo, tornare indietro ed essere stupendevolmente e struggentemente meravigliosa. 
Ho pianto. 
"Signorina ma è sicura che vuole quella lì brutta? Ha avuto una madre vecchia poverina. Chissà se dura... La bianca sta meglio." 
"No. Perfavore. Voglio quella nera e brutta." 
 Dicono che gli animali domestici assomigliano sempre un po' al padrone. 
Lo dicono per i cani. Non so se vale per i gatti. 
 Si è nascosta da me per giorni. 
Piangeva. 
Non so nemmeno se mangiasse. 
Non riuscivo nemmeno a darle un nome. 
 Miranda l'ha intravista e mi ha chiesto tutta delusa: "Ma che razza di animale è quello?" 
Poi stop. 
Mi si è avvicinata. Si è fidata. 
 E ora quando mi sta in braccio mi guarda dritta negli occhi. 
Sarà una stupidaggine ma a me sembra sempre che mi dica grazie. 
O forse mi sussurra in silenzio solo quanto siamo simili. 
Brutte fuori. Ma forse qualcosa di bello dentro ce l'abbiamo. 
Se qualcuno si prende il tempo di sbirciare. 
 Noi ci siamo trovate. 
Noi ci vogliamo bene.




14.10.13

Mi hanno regalato una canzone. 
 E la respirazione si fa irregolare. 
Come se cercassi di alzarti e cedessero le ginocchia. 
 Una, due, tre volte. 
 Sfaldarsi e sciogliersi come una foglia di ottobre adagiata su lava fumante. 
 Piccoli buchini neri appaiono uniformi e consumano e bruciano la foglia lentamente. 
 Piccoli buchini che paiono stelle lontane in un cielo che si è ormai arreso. 
 E la foglia pare sorridere. 
Mentre viene polverizzata.

E finalmente, per qualche minuto, non ci sei più.


11.10.13

Ci sono momenti in cui l'occhio del ciclone si sposta. Il vento non ti prende più a strattoni e i capelli la smettono di finirti negli occhi e in bocca.
Momenti in cui le scosse del terremoto si quietano e tu resti lì immobile, trattieni il respiro e aspetti.
Momenti in cui l'onda non ti sommerge ma riesci a tenere la testa fuori dall'acqua e ti senti semplicemente galleggiare lì sotto al pelo dell'acqua, come se volassi, come un sacchetto di plastica sbattuto qua e là dal vento di ottobre.
Ottobre col suo odore di pozzanghera bassa.
Ottobre col suo sapore di pelucchi di sciarpa che si appiccicano alle labbra col burrocacao.
Ottobre che a toccarlo è umido e scivoloso come un bicchiere rimasto lì troppo tempo col ghiaccio semisciolto.

Versovunque. Guida sere, e lasciati riempire di musica. Sempre più forte. Mai rumorosa abbastanza per zittire davvero le voci, per non farti sentire i battiti del cuore così forti da assordare le orecchie e farti girare la testa.
Gira la testa.
Mangi poco, fumi troppo.
Poi smetto. Di fumare.
Poi ricomincio. A mangiare.
"Poi. Che ve l'ho promesso no?... No?"

Ho le calze sfilate e la felpa coi buchi.
Non ci vado a fare shopping che c'è troppa gente.
Vado anzi al mare. Ora che non c'è nessuno. E siamo solo io e il mare. Tanto ostile quanto felice di vedermi.
Più di tanta gente.
Il mare che mi guarda e sembra ridermi in faccia ad ogni onda lieve. Che sembra riprendere il respiro dopo ogni risata ogni volta che lo sento aggrapparsi con le unghie alla risacca.
Mi dice che sono piccola piccola. Antica ed embrione insieme. Mi dice che devo crescere. Che ancora un po' di tempo per non deformare il cuore completamente e irrimediabilmente ce l'ho ancora.
Mi siedo lì.
E lo ascolto. O almeno ci provo.
Ora che non c'è nessuno.

Sei sempre un passo indietro sere. Sei sempre un passo più in là.
Mai allineata.
Mai allacciata.
Certe cose non si allacceranno mai. Le vostre pillole color Tupperware a rilascio lento non ce l'hanno mai fatta.

Il rumore dell'otturatore che si chiude sì.
Una chitarra troppo alta sì.
Un sorso di qualcosa anche.
Un tiro da qualcosa.
Un verso da un libro antico come il mondo anche.

E poi è un'anno che non ci sei più.
E insomma.
Fa un po' schifo.

Da dentro a: D.O.A - Sleigh Bells

20.4.13

C'è una scalinata di marmo bianco.
Gradini bassi. Bianchissimi. Venature GrigioSquame.
Smussata. Levigata come la pelle di un'anguilla. E' quasi uno scivolo. Quasi trasparente come la testa di una medusa.
Eppure così stabile, con le sue fondamenta piantate salde come radici di quercia nel lago nel quale affonda.
Gli ultimi gradini, bianchi, come l'interno di una conchiglia, sono lambiti dolcemente dall'acqua.
Io, sempre seduta lì a metà.
Osservo chi, passando, la scala nemmeno la nota.
Osservo chi le dà un'occhiata fugace mentre rallenta appena passando, ma colto dalla paura va oltre.
Guardo e spero che chi fa qualche gradino scenda un po' più giù e mi raggiunga. Ma la scala è pericolosa.
Molti tornano semplicemente indietro.
Spero che chi invece si è fermato un pochino più in là faccia uno sforzo e si avvicini.
Ma raramente accade.
E poi guardo chi con grande coraggio è arrivato fino in fondo. Magari scivolando due o tre volte.
Per arrivare a metà so bene quanto mi sia fatta male. Quanti lividi.
Equilibrio precario e respiro compresso mentre cerco di trovare la concentrazione per scendere e finalmente mettere i piedi in quegli ultimi gradini baciati dall'acqua. E finalmente tuffarmi. Testa in giù. Fino al fondo.
E poi risalire.
Ma ancora non ce l'ho fatta.
Quindi guardo ammirata chi in acqua c'è già.
Chi ci è arrivato a caro prezzo.
Chi ci è arrivato e non solo è già in acqua e potrebbe nuotare libero, ma chi va sott'acqua e cerca di tirare su chi si è stancato.
Lo guardo risalire in superficie e respirare così forte che i suoi polmoni bruciati li sento io.
Lo guardo risalire e aprire a malapena gli occhi gonfi e turgidi.
Lo guardo mentre l'acqua apre una piccola voragine vorace e nera e se lo inghiotte.
E non lo vedo più.
Lì sotto con ogni muscolo teso fino a spezzarsi e saltare come la corda di una chitarra, ha preso il viso di lei fra le mani e la bacia. Le dona l'ossigeno che a grande fatica è andato a prendersi.
Lei rinviene e quando finalmente sgrana gli occhi c'è riconoscenza in essi. Ma solo un'attimo. Poi c'è stupore, quasi rimprovero, perchè ossigeno non ce n'è più. Lui non ne ha più.
E torna su. Ma il corpo è sempre più stanco. Le braccia fanno male.
Non solo perchè non riesce più a nuotare, ma anche perchè sono vuote. Vuote perchè sott'acqua non riesce ad abbracciarla come vorrebbe. Non si può. Sarebbe impossibile. Andrebbero tutti e due giù per sempre. E quell'ultimo abbraccio li vedrebbe sul fondo del lago, così belli, fatalmente sereni adagiati uno sull'altro sul fondale sabbioso in quell'ultimo abbraccio mortale.
Ma forse lei un'abbraccio non lo vuole più. Forse vuole solo ossigeno. Perchè in superficie lei non riesce a risalire.
Ma lui sì.
E continuerà a fare su e giù, costante e tenace perchè le cose le sa fare solo così.
E' meraviglioso però quando lo fa. Io lo sto guardando. Su e giù. Ritmico e ipnotico. Sono così belle e forti quelle braccia. E' così meraviglioso sentirlo mentre riprende aria. Brucia di vita lui. I cerchi concentrici che genera quando risale hanno origine da millemila punti elettrici sul portaspilli del suo cuore.
Io mi incanto a guardarlo.
Ammiro il suo coraggio.
E sorrido.
Ma con le lacrime.
Quanto ancora riuscirà a fare su e giù?
Fino a quando?
Inizio ad avere il terrore di non vederlo risalire più.
Inizio ad avere paura di non sentirlo respirare.
Inizio ad avere paura che lei lo trascini semplicemente giù quando deciderà che ossigeno non le serve più.
Io vorrei alzarmi dal mio gradino qui a metà.
Una canzone in testa. Occhi puntati verso l'acqua scura e densa.
Io scendo.
Forse se entro in acqua e respiro da sola capirà che nel lago si può anche nuotare insieme per un po'.
Ognuno coi suoi polmoni e il suo cuore, ma allo stesso tempo, allo stesso ritmo.
E un pezzetto di costa potremmo esplorarlo insieme. O forse no.
Ma ti prego.
Non andare più giù a dare ossigeno a chi forse nemmeno lo vuole.
Ti prego, allontanati.
Seguimi.
 

Da dentro a "Howard" dei June Miller.