IO ALLA FINE NON SO COSA SIA UNA BELLA FOTO.SO SOLO CHE VEDO COSE E LE DEVO FERMARE.E CHE A VOLTE HO QUALCOSA DA DIRE.ALTRE VOLTE, NO.


29.7.12

Mio nonno sta male. Vomita. 
E non perchè vuole. 
Non ci sarà più. 
Mia nonna c'è, ma non si ricorda più. 
La mia bimba li abbraccia. 

In silenzio. 
Ferma sulla soglia. 
 Ferma sulla corda come un'equilibrista. 
Trattengo il respiro. 
Non riesco a entrare. 
 Non riesco a uscire. 
Come sempre. 



18.7.12

Tutto tranquillo.
E' come osservare un laghetto quieto in una radura di un boschetto. In un prato di alberi.
Le ombre delle fronde degli alberi creano strane forme geometriche sull'acqua densa.
L'acqua blu, profonda, vischiosa. Sembra possa abbracciarti, cullarti, risucchiarti, e non lasciarti mai più andare via.
Sembra pacifico. 
Ma innocuo non è. Sul pelo dell'acqua volano meravigliosamente leggere e iridate le libellule.
Si appoggiano lievi sull'acqua e creano quei meravigliosi cerchi concentrici sotto di loro.
Perfettamente rotondi. Perfettamente ipnotici.
Rotondi come l'angoscia a forma di palla di ferro che mi trascino dietro ogni giorno.
A volte mi illudo di averla seminata, ma poi, mi accorgo solo che ha solo perfidamente allungato un po' la catena. 
E la accorcia appena mi allontano troppo.

Sembra tranquillo il lago.
Ma tu non sai quale mostro si nasconde lì sotto.
Io l'ho intravisto.
Quindi, abbasso lo sguardo.


"La testa piena di mostri galleggianti"

16.7.12

Non scrivo da tanto tempo.
Non perchè non abbia niente da dire. 
Ma a volte, ho talmente tanto casino interno, così tante voci, che la cosa più facile è semplicemente cercare di zittirle ascoltando musica ogni volta in cui mi ritrovo sola con me stessa. 
Gestirle, zittirle, farle parlare una alla volta per ascoltarle e possibilmente comprenderle e indirizzarle nella direzione giusta, richiederebbe troppe energie. 
Così faccio tacere il tutto. Musica nelle orecchie ogni volta in cui sono sola e potrei essere loro facile preda. 
E' inevitabile che qualcuna mi faccia soffrire perchè urla più delle altre. Inevitabile che qualche casino interno salga su, su, fino a farsi intravedere negli occhi. 
E così oscillo tra una lacrima faticosa seduta con le ginocchia al petto sul pavimento del bagno, e un nervosismo soppresso e tenuto a malapena sotto al pelo dell'acqua, spingendo giù con una mano per farlo morire asfissiato. 
Poco importa. 
E poi, a volte, la sera, c'è sempre un bicchiere di qualcosa. E tutto improvvisamente si ammorbidisce. 
I visi intorno a me. Il mio. La pietra nella pancia che pesa e non mi lascia correre via. E il buco nero tra cuore e polmoni si illumina di piccole lucciole. Tanto belle. Risplendono lì sull'abisso. Non sanno neanche loro che miracolo riescono a fare.
Così taccio. 
Ascolto. Persino il silenzio nero e spugnoso nella mia testa suona bello a volte.
Forse, ora, potrei ricominciare a dire qualcosa.

Questa era una delle foto esposte nella mia prima mostra. 
"A questo cumulo di nervi, sangue e carne,
stringo forte questo vuoto.
Io che sono una costellazione in continuo movimento.
Sopra di te.
Mi ci aggrappo a questo buio di velluto,
così bello da toccare, da assaggiare.
E verremo inghiottiti così, fra le coperte."

10.7.12

Sulle Alpi Apuane, c'è questo posto fantastico: Campo Cecina.
 Uno di quei posti dove ti riempi gli occhi di pace e il casino dietro alla fronte si quieta. 
E come mi ha detto qualcuno:
 "fai rumore solo respirando". 











8.5.12

Vorrei dire tante cose. 
 Ma faccio fatica a mettere in fila una frase. 
E vorrei piangere tanto, proprio con i lacrimoni e il singhiozzo e il moccico e ridurre il fazzoletto di carta in tanti filetti pelucchiosi che si appiccicano da tutte le parti. 
Ma niente. Tachicardia, respiro corto e una lacrima arida, oleosa, salatissima che fatica a venire giù, pesantissima, lentissima, carica del peso di troppe angosce, reali o presunte tali, giustificate e non. 
 Scrivo e cancello. Scrivo e cancello. Fotografo e cancello. Inizio un lavoro e poi rimango ferma a fissare qualcosa. Guido e non vedo. Mangio e non sento sapore. Bevo e non mi rilasso. Dormo ma non riposo. Penso ma non arrivo ad una conclusione. Sono seduta e mi devo alzare. Mi trucco e non mi piaccio. Mi vesto carina e mi faccio schifo. Mi guardano e vorrei sussurrare loro che sono una malsana portatrice di buchi neri da ingoiare, lasciate perdere. Rimbocco le coperte a mia figlia, la guardo mentre dorme e voglio scusarmi. Per tutto quello che sono e per tutto quello che non sono. 
Sono irrequieta. E il silenzio mi urla nelle orecchie troppe verità che non sono pronta ad affrontare.
E quelle ombre violacee sotto agli occhi bisbigliano di bersagli mancati e rallentamenti spugnosi.
E il Sole là fuori. 
Temo che stavolta non mi asciugherà. Non ancora.
 Temo che stavolta resterò bagnata. 
Ancora per un po’. 


6.5.12

La cosa bella di un regalo è vederlo mentre te lo porgono. Quel momento più o meno breve durante il quale ti rendi conto che quella persona ci tiente a te, ti ha ovviamente pensato quando tu non lo sospettavi, ed ha voluto fare qualcosa per te, qualcosa che poi ti avrebbe regalato un sorriso e la piccola, nuova, effimera certezza che ti vuole bene. 
 E tu vedi che c’è qualcosa nelle loro mani. E ti batte il cuore. Che sensazione strana. Quasi come una piccola vertigine. Una fiammata improvvisa di gioia sale su per le gambe, abbraccia il ventre, sale su nell’imbuto del tuo cuore e scintille si intravedono negli occhi. 
Scartarlo. Chiedersi cosa sarà. Iniziare una nuova danza insieme fatta di gesti e sguardi. Quelle piccole scariche elettriche nel ventre, ai lati, sopra le anche, che poi scivolano giù per le gambe attraverso le ginocchia. 
E’ quello il momento più bello. 
E’ quello il momento di pura vita. 
Una volta aperto, però, questo regalo è un oggetto come un’altro. Perchè poi, qualsiasi cosa esso sia, è, e rimane un oggetto, o solo un gesto. Ma qualcuno ti ha voluto talmente bene da pensare di farti un regalo. E poi dartelo.
 Resta solo quel pensiero alla fine. 
 Resta solo quello. 
Null’altro. 
 E resta il meraviglioso, irrestituibile ricordo dell’attesa… 
Ma perchè proprio quando sei tu a regalare pensi che il tuo dono debba essere diverso? In fondo è un gesto che tanti hanno fatto prima di te. Di quella cosa ce ne sono tante, eccome. Magari, poi se andiamo a vedere, questa persona ne ha avuti di migliori. 
Molto migliori. 
Moltissimamente migliorissimi. 
 Ma è farlo il regalo la cosa più bella. 
 Io, continuerò. 
Nonostante tutto. 
Perchè poi sono contenta. 
E io contenta non la sono spesso. 


4.5.12

Ieri ho detto una bugia. 
Una grossa. 
Anche se mi dico che una bugia detta per nascondere una verità antipatica non è poi cosa così terribile. “Come stai?” 
 “Benissimo!!!” 
“Benissimo” era già di per sé una bugia. Il fatto di averlo detto con tale vigore rendeva la mia bugia ancora più ingombrante e odiosa da dire. Mi ha dato fastidio la mia voce mentre mentivo. Ho dovuto girare intorno a questa grossa bugia, appiattendomi contro il muro per farla passare, tirando la pancia in dentro per cercare di occupare poco spazio. 
E mi dava tanto fastidio non dire la verità a chi considero essere un’AmicoVero. Però. 
Però lamentarsi non serve a nulla. Soprattutto con chi soffre più di me, ha problemi sfibranti e li vive da periodi di tempo prolungati. 
C’è sempre questa battaglia: la voglia egoistica di dire la verità all’unica persona che so che comprenderà e sarà capace di darmi il consiglio più equilibrato, disinteressato e sensato; e la voglia di mettere tutto da parte, spingerlo e compressarlo in un angolo e offrire solo la mia parte positiva, spensierata, e provare a regalare un sorriso a chi ne ha sempre donati tanti a me, anche quando non aveva motivi per farlo, ma ha sempre fatto lo sforzo razionale e cosciente di sorridere a dispetto di tutto. “Problema o opportunità” 
Vorrei avere un atteggiamento tale. 
E vorrei riflettere una goccia di quell’incoraggiamento tanto puro quanto raro che mi è stato donato. 
Così. Gratis. 
E’ per questo che ho mentito. 
Vorrei farlo più spesso se servisse a portare un sorriso sincero. 
 Anche a me e stessa. 


28.4.12

A volte è meglio non porsi la domanda.
Perchè poi l’errore è sempre il medesimo, chiedersi: “come stai Sere?”.
Sembra niente. Eppure è in quel preciso istante che mi incammino nel campo minato della mia mente, e peggio, del mio cuore. L’istante in cui mi srotolo come un gomitolo di lana e basta, non trovi più nè capo nè coda. Come quando non lasci il pezzetto di scotch rigirato su sè stesso e non trovi più l’inizio, finisce che scorri l’unghia in tondo tremila volte.
Inizia il faticoso processo di risposta. Mi pongo domande. Ci penso. Fisso una piastrella del pavimento e credo di aver trovato una risposta. Per due secondi credo che mi soddisfi o al contrario, sembra che mi gratti dentro in cerca della “verità” sottostante.
E poi no, ansimando mi dico che non solo non ho la risposta giusta, ma mi sono posta la domanda sbagliata. E fremo. Le ginocchia fremono. Mi devo spostare, devo camminare, faccio le scale, lavo l’unica tazza di caffè nel catino di plastica rosa nel lavandino. Perchè quel catino l’ha comprato la vecchia me, quella che si prendeva in giro e girava la testa di là. Troppo spesso.
E poi ci sono mattine come questa. In cui mi rimprovero e mi vieto di farmi domande. Nessuna. Nemmeno una. Non ti chiedere niente. Il vulcano dorme stamattina Serena, non andare a urlarci dentro sperando che l’eco crei qualche riverbero. Lascia stare. Lascia perdere.
Fatti il caffè. Chiudi gli occhi. Scaldati con il suo aroma.
Apri gli occhi, assorbi quel raggio di Sole sulla coperta di tuo zio, quella che ti ricorda della tua nonna/mamma quando ancora si ricordava di noi, di lei.
La bimba canta fuori. Lasciati avvolgere e condurre dalla sua voce pura. E vera. 

E poi hai un po’ di batteria. Hai avuto una manciata di minuti tutta per te. Tutta per voi. Più o meno. E si è infilata tra i polmoni, si è accocolata lì sotto al cuore.
Ora puoi andare avanti qualche giorno senza domande.

Senza troppe domande.
Forse.

E quindi?

22.4.12

E certe parole non sono solo parole quando le senti. Pesano.
 Non sono solo parole. Sono palle di cannone. Quando le senti, le guardi al rallentatore mentre ti trapassano le budella e gocce di sangue come tante perline rosse si sparpagliano sul pavimento e ballano la tarantella. E la palla di cannone esce dalla schiena, dietro, e brucia, fiamma viva si attorciglia intorno ai reni rapida e vorace. 
Non sono solo parole. Sono come quegli scogli sott’acqua. Quelli affilati come lame di coltello. E ti tagli mentre nuoti e ridi coi tuoi amici di fianco e hai il fiatone e i capelli si appiccicano intorno al viso e respiri così forte che hai la pancia tutta in dentro e i seni cercano di salire su. 
Non sono solo parole. Sono insegne al neon fatte a forma del tuo nome. Con una bella “S” pure. Tipo quella della Sambuca Molinari. La freccia punta te. E il neon sfolgora. E ti acceca. Quelle parole ti accecano per un secondo. 
Guardi nel vuoto. Ti senti nuda davanti a quella luce, davanti a quella lama, davanti a tutta quell’artiglieria. 
 Eppure chi le pronuncia non vuole farti del male. 
Ma le parole sono vive. Sono piccoli parassiti che ti cercano, ti trovano, vengono a te. 
Non ti girare, non serve. 
Ti troveranno sempre. E tu guarderai nel vuoto. E vorrai rivomitarle indietro. E gli occhi bruciano. E la gola fa male. Ma male davvero stavolta. Ed è stato come ingoiare veleno per topi stavolta. Ed è come avere un mozzicone di sigaretta incastrato in gola stavolta. 

 “Hai la voce bassa Serena, un colpo d’aria anche tu tesoro.” 
 “…sì… sarà un colpo d’aria…” 

Bugiarda. 


19.4.12

Su quanti scivoli si può sgusciar via in un giorno solo? 
 Quando ero piccola gli scivoli erano di metallo, con quelle scalette ripidissime e la ringhiera di ferro per tenersi era sempre mezza arrugginita con la vernice blu o rossa che si staccava. La tenevo fortissimo quella ringhiera. Piantavo i piedi su ogni scalino così forte che l’intero scivolo rimbombava. 
E poi finalmente ero su. Mi sedevo. E prima di cedere alle insistenze del bambino dietro di me che spingeva per avere il suo turno, io mi sedevo. Mi sedevo e guardavo giù. Mi guardavo intorno. Mi godevo quell’istante in cui io ero sopra a tutti e tutto. In quell’istante, lì sopra c’ero solo io. E le margherite lì in basso sembravano come il luccichio delle onde del mare d’Estate. E le maestre in fondo al cortile erano piccole come le cimici. E i bimbi, incluso quello dispettoso, erano piccini come i grilletti verdi. E le persone che mi facevano paura, viste da lassù sembravano come quei ragnetti piccoli rossi che potevi schiacciare con un polpastrello senza neanche spingere troppo. 
 E poi mi davo la spinta per scivolare giù. E la sentivo nella pancia. E trattenevo il respiro. E mi lasciavo andare. E non avevo peso. E niente e nessuno avevano più peso. Tutto grazie a quei pochi scalini di metallo. 
E poi arrivavo coi piedi per terra. E tutto tornava come prima. 
Ma se mi annusavo le dita, lo sentivo quell’odore di metallo, di ruggine. L’odore che mi insegnava che un modo per non avere paura ed essere libera c’era già.

17.4.12

Preferisco stare qui. In macchina. In questo parallelepipedo di metallo verde capace di portarmi versovunque. 
Preferisco stare qui in queste ore di silenzio. Penso e ripenso. Mi assopisco. Mi sveglio. Controllo. Sospiro. Piango. Sorrido. Leggo. Pianifico. Giustifico. Mi accuso. Mi faccio promesse. Mi spavento. Mi tranquillizzo. Mi irrobustisco. Mi sgretolo. Mi metto l’armatura e me la levo. Affilo la lama e ogni tanto finisco per tagliarmi da sola. 
Sto qui seduta e penso che il Cielo sopra le nostre teste è lo stesso. Che le stesse nuvole ci viaggiano sulle teste come tanti galeoni. Che lo stesso Sole ci scalda. Che la stessa Luna ci spia. Che il ring sul quale lottiamo è, alla fine, il medesimo. 
 Quaggiù. 
Qui dentro. 
E penso che il cuore nel mio petto è come un’ape impazzita che sbatte contro il vetro del finestrino mentre cerca caparbiamente, sistematicamente, pazzamente di uscire, di trovare lo spiraglio verso lo spazio aperto, là fuori dove potrà respirare e spiegare le proprie ali come può fare, come deve fare. 
Che stia fermo questo cuore. 
Che taccia mentre cerco di respirare e riposare. 
Qui nella mia Panda. 
Quella che mi ha portato da te. 


15.4.12

Dovrei essere contenta. O per lo meno, qualcosa di molto simile. Alcuni pezzettini del mio puzzle sono andati a posto. Altri non ancora ma ho già visto con gli occhi dove andranno a finire presto. Lottando, ma ci andranno. C’è chi mi sta facendo capire che le mie foto non sono inutili e qualcuno le guarda anche. Dal di fuori, sto bene. Me lo dicono tutti, vorrà pur dire qualcosa.
Eppure.
Eppure, perchè ho questo piccolo parassita che mi mangia un pezzetto di cuore lì in basso a sinistra? Perchè quando nessuno mi guarda mi faccio robe spiacevoli e inutili? Perchè non riesco proprio a crederci quando mi viene fatto un complimento o un presunto tale? Perchè certe distrazioni non funzionano più di tanto? Perchè non riesco nemmeno a desiderare di spiegarmi? Perchè ho sempre questo fossato intorno? E perchè desidero abbassare il ponte levatoio per far entrare qualcuno solo così estremamente rarissimamente? Tipo una volta ogni lustro? Però che bello quando succede… Vorrei farlo e rifarlo e ancora e ancora senza mai fermarmi, per non farlo mai diventare un ricordo ma una realtà meravigliosamente struggente e stremante.
Eppure vorrei tanto credere, ammettere, connettere, accettare, fare pace. Lo vorrei tanto.
Magari.
Magari poi.
Magari presto.

9.4.12

“Permesso? Sto morendo! Ti prego fammi usare il tuo bagno!”
Getto la borsa sul letto che intravedo nella penombra. Si muove qualcosa sotto le coperte. E’ Lei. “Lei”. “Perdonami… non sapevo fossi qui. “
“Ma figurati. Fai pure.”
Ok. Faccio. Seduta sul wc vedo le tue infradito. Quelle di gomma verde militare che ti ho comprato io. Ma pensa tu. Il suo fiocco nero appeso alla doccia. Il sacchetto di Boots con gli assorbenti dentro vicino al water.

E ho lottato di nuovo con te. Per lei. Per me.
Ci ho provato, con tutta con me stessa. Anzi no. A tratti mi sembrava di cedere. Mi sembrava di sentire le piante dei piedi sprofondare nel fango. Per un secondo mi lasciavo cullare in quel semi-abbraccio mortale, contenta di lasciare che il fango mi sostenesse. Mi lasciavo prendere in giro da quel falso senso di sicurezza. Ma un secondo dopo l’intorpidimento si diradava. No. Io punto i piedi. No. Io mi tiro su. No. Io alzo la voce.
Ho lottato. Ti ho guardato dritto negli occhi e ho sparato. Ancora e ancora. Finivano le munizioni. Ricaricavo. Mi coglievi dall’angolo peggiore per me. Prendevi la mira con quegli occhi blu, così freddi eppure così caotici, babelici, malati. Ti ricacciavo indietro dove potevo contrattaccarti meglio.

Nonostante il mare che cantava alla nostra destra. Nonostante la brezza marina ci accarezzasse le guance e scendesse giù a solleticarci il collo. Nonostante l’odore di salsedine cercasse invano di distrarci e prevalere sui nostri odori da animali selvatici in piena lotta. Nonostante il Sole ci facesse socchiudere gli occhi, rendendo le nostre visioni più offuscate. Nonostante il meraviglioso fragore delle onde contro gli scogli laggiù in basso cercasse di coprire il rullio del cuore che ci sbatteva in pieno petto.

Mi hai datto uno schiaffo in pieno volto. Ti ho dato una testata.
Mi hai dato un pugno nello stomaco. Te ne ho dato uno nei reni.
Mi hai fatto sputare sangue. Ti ho rotto il naso. Il solito rivolo giù per le tue labbra.
Quello per il quale ti davo sempre un fazzoletto. Così premurosamente. Ora ti guardo. Mi giro dall’altra parte. E spero ti dissangui lentamente in una pozza di gelatina di porpora lì per terra. Lì. Sull’asfalto. Lì sotto al Sole.

Mentre ti sbircio dallo specchietto retrovisore. Curiosa. Vittoriosa.

7.4.12

Io a ‘sta cosa della solitudine mi devo ancora abituare per bene.
Lei non c’è.
Nessun’altro c’è.
Ci sono solo io. Qui. Ora. Solo io.
Non ho ancora imparato a starci bene. Ancora.

Devo proprio abituarmi?

6.4.12



“Era bello vedere che il verde ritorna e che si svegliano i ghiri
era bello sapere che dopo l’inverno la voglia ritorna anche a te”

-Tre Allegri Ragazzi Morti
Hai trovato questo bottone. Un bottone serve sempre. Anche se non hai mai imparato a cucire. Tienilo, ti dici. Mettilo in quella scatola di latta rossa. Non si sa mai.
Non sai mai quando lo userai. Ci sono bottoni lì dentro che hai raccolto una dozzina d’anni fa ma non hai mai usato. Sono lì. Addormentati. Pronti a tirarsi su al momento del bisogno. Solo che questo momento del bisogno non è ancora mai arrivato.
Aspetta. Alcuni in qualche rara occasione hai anche provato a usarli. Ma non riuscivi mai a stringere i fili abbastanza. Scivolavano via dopo un po’. Li perdevi. E diventavano il piccolo tesoro di chi li raccoglieva dopo di te.
E poi trovi questo. E’ bello. Semplice. Tutto nero. Liscio. Lucido. Solido. Sembra quasi un amuleto. Questo lo raccolgo, sì. Ma non lo metto nella scatola di latta rossa. Questo me lo tengo qui. Qui vicino a me. E sembra avere uno strano potere: ti tiene compatta. Ti allaccia. Ti allaccia a dove sei. Ti allaccia a chi sei. Ti allaccia a chi vuoi. Ti allaccia al sorriso che avevi perso. Il bottone ti ricorda che nel ventre hai fuoco e nel cuore, piume.

Attenta. Il bottone è piccolo. Potrebbe rotolare via.

Correrò il rischio.

23.3.12

Sai quando si giocava a “1, 2, 3, Stella” e se venivi beccato in movimento avevi perso e dovevi sederti di fianco e guardare gli altri giocare?
Bastava sbagliare una sola volta per venire squalificati. E così, dovevi metterti di fianco e assistere al gioco senza prendervi più parte.
Sempre di fianco. Sempre a guardare gli altri che si divertono. E il cuore che batte a mille e quel pugno gelido nella pancia. Lì, a osservare tutti e tutto come da dietro un vetro.

Sono stufa di aspettare il mio turno.

22.3.12

Quando uscivo dal lavoro a Londra e mi ritrovavo sulla piattaforma della tube di Oxford Circus diretta a King’s Cross St.Pancras dove avrei cambiato la Victoria Line per la Piccadilly diretta verso il mio monolocale a Holloway Road, ero sempre colta da troppe sensazioni. Mi piaceva tanto quella ressa. Forzava tutti questi corpi a stare vicino, a contatto, forzava intimità su persone che non avevano nemmeno il coraggio di guardarsi negli occhi. Mi piaceva sentire il calore che si sprigionava, che pervadeva ogni millimetro intorno a noi. Mi piaceva vedere così tanti volti dalle stutture ossee più diverse, i vari tipi di zigomi, le forme diverse degli occhi, i colori, dai più trasparenti e vitrei a quelli più scuri, quelli neri come il nero del cielo di notte, le labbra dalle più sottili a fessura a quelle più morbide, sfumature della pelle che non sapevi esistessero, perchè l’amore non ha confini e le creature più belle sono spesso frutto di amanti dai cammini di vita più diversi. Mi piaceva vedere i capelli. Tutti i colori, naturali o artificiali. Mi piaceva vedere i capelli fini delle tipiche inglesi, di quel castano ramato e caldo. Mi piaceva vedere i capelli biondissimi delle Scandinave. Mi piaceva vedere il crespo del capello africano o caraibico e sognavo sempre di tuffarci le mani. Sognavo di accarezzare i lunghi capelli neri delle Indiane, neri e lisci come il mare in una notte di estate. Corpi dalle forme più diverse, muscoli che si sviluppano in modo diverso. Mi piaceva guardare le unghie delle persone, mi piace ancora farlo, ammirarne le diverse forme geometriche. Mi piaceva vedere quanto erano affusolate le dita.
Tutti diversi. E tutti uguali: tutti affamati, tutti stanchi, tutti sbadiglianti, tutti sospiranti, molti ciondolavano la testa per riuscire a dormire 10 minuti, molti leggevano e io spiavo sempre. In quel mare di estranei, di sconosciuti conosciuti, io mi sentivo a casa. Adoravo il tragitto. Adoravo stare con “loro”. Tornare in superficie mi spaventava sempre. Là fuori c’era il pericolo vero avevo scoperto.

Però allo stesso tempo, a volte mi sentivo soffocare. Avrei voluto poter respirare senza essere notata. Avrei voluto cacciare un urlo e far sparire tutti magicamente per poter sentire il mio cervello pensare. Tutta questa gente che mi toccava, mi sfiorava, si strusciava, mi respirava addosso, mi sbadigliava addoso, mi piantava gli occhi addosso, mi guardava, cercava di leggermi il badge, mi inquietava.

Credo di sentirmi un po’ come sulla piattaforma della Victoria Line a Oxford Circus.
Sono contenta di essere. Di esserci. Di essere riuscita, almeno superficialmente a connettere con altri esseri umani. Soprattutto i bambini. Chiaccherare con sconosciuti è sempre una cosa che adoro fare. Mi piace scoprire. Mi piace scoprire che quel che non conosco non è una minaccia, ma tutt’altro. Che dietro un viso serioso si nasconde chi non vede l’ora di fare amicizia. Questo mi è stato insegnato da chi ha avuto la pazienza di puntellare il mio muro e farlo crollare dalle fondamenta, sistematicamente, organicamente, spontaneamente. Anche questo è un dono che ho ricevuto. Così.
Aver imparato a dare fiducia a chi se l’è meritata e guadagnata, mi ha aiutata a dare fiducia ai più. Alla folla intorno a me sulla piattaforma.
Li voglio, certo, due minuti per me. Ma tutto sommato, sulla piattaforma ci sto bene.

Sorrido.
E aspetto il mio treno.

Il led come sempre dice che il mio è in arrivo tra due minuti.

20.3.12

Quei vuoti improvvisi.
Come quando da piccola facendo su e giù sull’altalena, ti trovavi nel punto di oscillazione massima, e c’era quella frazione di secondo durante la quale eri come fermo immobile, prima di precipitare indietro o scaraventarti avanti.
Come quando da grande, guidando velocemente su un piccolo dosso, su velocemente, giù velocemente, c’è quella frazione di secondo durante la quale lo stomaco sale in gola e lì sotto alle costole sembra non esserci nulla. Solo quel vuoto opaco, irreale e polveroso di un raggio di sole che illumina un fondale marino.
Quei momenti strani in cui trattieni il respiro, sgrani gli occhi, il cuore batte fortissimo e ti assorda le orecchie perchè qualcosa di grosso sta per accadere. O forse proprio un bel niente sta per accadere e quell’eccitazione non è dovuta all’aspettazione, ma al terrore che quell’euforia si tramuti in avvilimento, in uno schermo piatto, in una frequenza radio vuota con quel destabilizzante rumore statico. La paura che la speranza si tramuti solo in noia. O peggio, in delusione.

Quei piccoli vuoti. Quei piccoli buchi neri. Quelle piccole mancanze. Grattano la pancia. Prudono i palmi delle mani. Si avvinghiano alla gola. Bruciano sotto pelle.
Ma ti fanno sentire viva. Viva come non credevi avresti mai potuto essere. Così viva da farti male. Se questo è essere vivi, io voglio stare male per sempre. Per sempre.

“…c’è un giardino di acacie, di catalpe, e di pergole dolci di viti -
là quel pomeriggio di giugno al fianco di Mary -
baciandola con l’anima sulle labbra d’un tratto questa mi fuggì.”
- E.L. Masters

18.3.12

Un giorno di Settembre, quando ero ragazzina, mia madre venne nella mia stanza in mansarda per farmi un dono. Sul palmo della sua mano c’era una scatolina piccina. Presi la scatolina con titubanza. La aprii. Dentro c’era una cosa strana: una piuma piccolissima, corta e larga, tutta rossa, RossoLava, RossoSangue, RossoVitaPura. La sfiorai. Quel lievissimo tocco smosse qualcosa nel ventre e sentii una veloce contorsione delle budella. Spalancai gli occhi spaventati e disorientati. Si spalancavano sulla Vita per la prima volta e gridavano per me una domanda: “cos’è?”. Mia madre disse che quella piuma così piccina, così delicata era preziosissima. Era stata la sua, e di sua madre prima di lei, ma ora era il mio turno di possederla. Proveniva da un Pettirosso.
I Pettirossi sono piccolissimi, non pesano più di 20 grammi, meno di quello che alcuni chiamano “anima”. E anima significa letteralmente: “respiro”. Quindi quella preziosissima piuma pesa meno del mio respiro. E se respiro vivo. Quindi quella piuma pesa meno della mia Vita. O quanto la mia Vita. “Quindi, questa piuma, è la mia Vita” mi dissi.
La dovevo custodire gelosamente. La dovevo aprire una volta al mese. Non mi avrebbe dato quel dolore al ventre. Non sempre. Dovevo guardarla e comprendere cosa significava vivere. Quale privilegio fosse. Questa piuma mi avrebbe aiutata a rimanere serena per davvero. Ma c’era una regola sola: per ammirare la piuma dovevo stare tranquilla, dovevo stare bene, dovevo essere responsabile, dovevo comprenderne il potenziale. Solo allora avrei potuto usarla come moneta. Avrei potuto guadagnare qualcosa di inestimabile usandola come valuta.
E invece la smarrii subito. La piuma era preziosa. La scatolina, molto piccola. Per quanto ci tenessi, semplicemente la persi. Forse lo feci inconsciamente perchè non mi credevo all’altezza di un simile tesoro. Forse la piuma non voleva rimanere mia perchè sapeva che non avrei saputo gestirla. Chissà. Ma la persi. Per tanto tempo. Mesi. Anni.
Un giorno di Ottobre ritrovai la scatolina durante un trasloco. Me l’ero portata dietro e non me ne ero neanche accorta. La trovò Lui. Gliela strappai dalle mani, e ora che ero donna, decisi di usarla subito come moneta. Ora o mai più mi dissi. Mesi più tardi diventai Madre. Quella piuma era davvero preziosa.
Ma la smarrii nuovamente. La persi quasi subito. Mi ricapitò tra le mani per qualche tempo, ma mi dava noia. Non potevo usarla come moneta. Era inutile. Avevo poi ben altro a cui pensare. La casa era un tale caos. Non sapevo più dove fossero le cose. Aprivo l’armadio e ci trovavo piatti e bicchieri. In bagno c’erano i libri. In cucina c’erano le coperte e le lenzuola. In frigo c’era l’aspirapolvere. Nella lavatrice abitava un pesce rosso sul fondo del cestello. La piuma mi scivolò via tra le dita scheletriche. Mi trovavo sempre al centro del mio caos, peso spostato su una gamba, una mano sul fianco e l’altra mano a reggermi il volto, con la fronte corrucciata, accartocciata nello sforzo che tentare di ricordare dove avessi messo le cose richiedeva. La piuma…
E poi, in silenzio, qualcuno entra dalla porta, senza dire nulla, dietro di me, sposta cose, inizia a dare un ordine, un senso alle cose intorno a me. Spostiamo, aggiustiamo, scopriamo, raddrizziamo, liberiamo, spolveriamo, apriamo la finestra, facciamo entrare luce. Massì, ora ricordo dove sono. Ora ricordo chi sono.
La vedi tu per primo quella piuma. Il pettirosso è coraggioso. E’ amichevole. Mi ricordi che la sono anch’io. Mi ricordi che è mio pieno diritto riavere quella piuma che tu hai ritrovato per me. Mi ricordi che ora più che mai potrò usarla bene. Me la porgi sul palmo della mano. La prendo. La accetto. Titubante prima, sorridente poi.

E’ mia. Sì, è mia.

Grazie.

11.3.12