IO ALLA FINE NON SO COSA SIA UNA BELLA FOTO.SO SOLO CHE VEDO COSE E LE DEVO FERMARE.E CHE A VOLTE HO QUALCOSA DA DIRE.ALTRE VOLTE, NO.


23.3.12

Sai quando si giocava a “1, 2, 3, Stella” e se venivi beccato in movimento avevi perso e dovevi sederti di fianco e guardare gli altri giocare?
Bastava sbagliare una sola volta per venire squalificati. E così, dovevi metterti di fianco e assistere al gioco senza prendervi più parte.
Sempre di fianco. Sempre a guardare gli altri che si divertono. E il cuore che batte a mille e quel pugno gelido nella pancia. Lì, a osservare tutti e tutto come da dietro un vetro.

Sono stufa di aspettare il mio turno.

22.3.12

Quando uscivo dal lavoro a Londra e mi ritrovavo sulla piattaforma della tube di Oxford Circus diretta a King’s Cross St.Pancras dove avrei cambiato la Victoria Line per la Piccadilly diretta verso il mio monolocale a Holloway Road, ero sempre colta da troppe sensazioni. Mi piaceva tanto quella ressa. Forzava tutti questi corpi a stare vicino, a contatto, forzava intimità su persone che non avevano nemmeno il coraggio di guardarsi negli occhi. Mi piaceva sentire il calore che si sprigionava, che pervadeva ogni millimetro intorno a noi. Mi piaceva vedere così tanti volti dalle stutture ossee più diverse, i vari tipi di zigomi, le forme diverse degli occhi, i colori, dai più trasparenti e vitrei a quelli più scuri, quelli neri come il nero del cielo di notte, le labbra dalle più sottili a fessura a quelle più morbide, sfumature della pelle che non sapevi esistessero, perchè l’amore non ha confini e le creature più belle sono spesso frutto di amanti dai cammini di vita più diversi. Mi piaceva vedere i capelli. Tutti i colori, naturali o artificiali. Mi piaceva vedere i capelli fini delle tipiche inglesi, di quel castano ramato e caldo. Mi piaceva vedere i capelli biondissimi delle Scandinave. Mi piaceva vedere il crespo del capello africano o caraibico e sognavo sempre di tuffarci le mani. Sognavo di accarezzare i lunghi capelli neri delle Indiane, neri e lisci come il mare in una notte di estate. Corpi dalle forme più diverse, muscoli che si sviluppano in modo diverso. Mi piaceva guardare le unghie delle persone, mi piace ancora farlo, ammirarne le diverse forme geometriche. Mi piaceva vedere quanto erano affusolate le dita.
Tutti diversi. E tutti uguali: tutti affamati, tutti stanchi, tutti sbadiglianti, tutti sospiranti, molti ciondolavano la testa per riuscire a dormire 10 minuti, molti leggevano e io spiavo sempre. In quel mare di estranei, di sconosciuti conosciuti, io mi sentivo a casa. Adoravo il tragitto. Adoravo stare con “loro”. Tornare in superficie mi spaventava sempre. Là fuori c’era il pericolo vero avevo scoperto.

Però allo stesso tempo, a volte mi sentivo soffocare. Avrei voluto poter respirare senza essere notata. Avrei voluto cacciare un urlo e far sparire tutti magicamente per poter sentire il mio cervello pensare. Tutta questa gente che mi toccava, mi sfiorava, si strusciava, mi respirava addosso, mi sbadigliava addoso, mi piantava gli occhi addosso, mi guardava, cercava di leggermi il badge, mi inquietava.

Credo di sentirmi un po’ come sulla piattaforma della Victoria Line a Oxford Circus.
Sono contenta di essere. Di esserci. Di essere riuscita, almeno superficialmente a connettere con altri esseri umani. Soprattutto i bambini. Chiaccherare con sconosciuti è sempre una cosa che adoro fare. Mi piace scoprire. Mi piace scoprire che quel che non conosco non è una minaccia, ma tutt’altro. Che dietro un viso serioso si nasconde chi non vede l’ora di fare amicizia. Questo mi è stato insegnato da chi ha avuto la pazienza di puntellare il mio muro e farlo crollare dalle fondamenta, sistematicamente, organicamente, spontaneamente. Anche questo è un dono che ho ricevuto. Così.
Aver imparato a dare fiducia a chi se l’è meritata e guadagnata, mi ha aiutata a dare fiducia ai più. Alla folla intorno a me sulla piattaforma.
Li voglio, certo, due minuti per me. Ma tutto sommato, sulla piattaforma ci sto bene.

Sorrido.
E aspetto il mio treno.

Il led come sempre dice che il mio è in arrivo tra due minuti.

20.3.12

Quei vuoti improvvisi.
Come quando da piccola facendo su e giù sull’altalena, ti trovavi nel punto di oscillazione massima, e c’era quella frazione di secondo durante la quale eri come fermo immobile, prima di precipitare indietro o scaraventarti avanti.
Come quando da grande, guidando velocemente su un piccolo dosso, su velocemente, giù velocemente, c’è quella frazione di secondo durante la quale lo stomaco sale in gola e lì sotto alle costole sembra non esserci nulla. Solo quel vuoto opaco, irreale e polveroso di un raggio di sole che illumina un fondale marino.
Quei momenti strani in cui trattieni il respiro, sgrani gli occhi, il cuore batte fortissimo e ti assorda le orecchie perchè qualcosa di grosso sta per accadere. O forse proprio un bel niente sta per accadere e quell’eccitazione non è dovuta all’aspettazione, ma al terrore che quell’euforia si tramuti in avvilimento, in uno schermo piatto, in una frequenza radio vuota con quel destabilizzante rumore statico. La paura che la speranza si tramuti solo in noia. O peggio, in delusione.

Quei piccoli vuoti. Quei piccoli buchi neri. Quelle piccole mancanze. Grattano la pancia. Prudono i palmi delle mani. Si avvinghiano alla gola. Bruciano sotto pelle.
Ma ti fanno sentire viva. Viva come non credevi avresti mai potuto essere. Così viva da farti male. Se questo è essere vivi, io voglio stare male per sempre. Per sempre.

“…c’è un giardino di acacie, di catalpe, e di pergole dolci di viti -
là quel pomeriggio di giugno al fianco di Mary -
baciandola con l’anima sulle labbra d’un tratto questa mi fuggì.”
- E.L. Masters

18.3.12

Un giorno di Settembre, quando ero ragazzina, mia madre venne nella mia stanza in mansarda per farmi un dono. Sul palmo della sua mano c’era una scatolina piccina. Presi la scatolina con titubanza. La aprii. Dentro c’era una cosa strana: una piuma piccolissima, corta e larga, tutta rossa, RossoLava, RossoSangue, RossoVitaPura. La sfiorai. Quel lievissimo tocco smosse qualcosa nel ventre e sentii una veloce contorsione delle budella. Spalancai gli occhi spaventati e disorientati. Si spalancavano sulla Vita per la prima volta e gridavano per me una domanda: “cos’è?”. Mia madre disse che quella piuma così piccina, così delicata era preziosissima. Era stata la sua, e di sua madre prima di lei, ma ora era il mio turno di possederla. Proveniva da un Pettirosso.
I Pettirossi sono piccolissimi, non pesano più di 20 grammi, meno di quello che alcuni chiamano “anima”. E anima significa letteralmente: “respiro”. Quindi quella preziosissima piuma pesa meno del mio respiro. E se respiro vivo. Quindi quella piuma pesa meno della mia Vita. O quanto la mia Vita. “Quindi, questa piuma, è la mia Vita” mi dissi.
La dovevo custodire gelosamente. La dovevo aprire una volta al mese. Non mi avrebbe dato quel dolore al ventre. Non sempre. Dovevo guardarla e comprendere cosa significava vivere. Quale privilegio fosse. Questa piuma mi avrebbe aiutata a rimanere serena per davvero. Ma c’era una regola sola: per ammirare la piuma dovevo stare tranquilla, dovevo stare bene, dovevo essere responsabile, dovevo comprenderne il potenziale. Solo allora avrei potuto usarla come moneta. Avrei potuto guadagnare qualcosa di inestimabile usandola come valuta.
E invece la smarrii subito. La piuma era preziosa. La scatolina, molto piccola. Per quanto ci tenessi, semplicemente la persi. Forse lo feci inconsciamente perchè non mi credevo all’altezza di un simile tesoro. Forse la piuma non voleva rimanere mia perchè sapeva che non avrei saputo gestirla. Chissà. Ma la persi. Per tanto tempo. Mesi. Anni.
Un giorno di Ottobre ritrovai la scatolina durante un trasloco. Me l’ero portata dietro e non me ne ero neanche accorta. La trovò Lui. Gliela strappai dalle mani, e ora che ero donna, decisi di usarla subito come moneta. Ora o mai più mi dissi. Mesi più tardi diventai Madre. Quella piuma era davvero preziosa.
Ma la smarrii nuovamente. La persi quasi subito. Mi ricapitò tra le mani per qualche tempo, ma mi dava noia. Non potevo usarla come moneta. Era inutile. Avevo poi ben altro a cui pensare. La casa era un tale caos. Non sapevo più dove fossero le cose. Aprivo l’armadio e ci trovavo piatti e bicchieri. In bagno c’erano i libri. In cucina c’erano le coperte e le lenzuola. In frigo c’era l’aspirapolvere. Nella lavatrice abitava un pesce rosso sul fondo del cestello. La piuma mi scivolò via tra le dita scheletriche. Mi trovavo sempre al centro del mio caos, peso spostato su una gamba, una mano sul fianco e l’altra mano a reggermi il volto, con la fronte corrucciata, accartocciata nello sforzo che tentare di ricordare dove avessi messo le cose richiedeva. La piuma…
E poi, in silenzio, qualcuno entra dalla porta, senza dire nulla, dietro di me, sposta cose, inizia a dare un ordine, un senso alle cose intorno a me. Spostiamo, aggiustiamo, scopriamo, raddrizziamo, liberiamo, spolveriamo, apriamo la finestra, facciamo entrare luce. Massì, ora ricordo dove sono. Ora ricordo chi sono.
La vedi tu per primo quella piuma. Il pettirosso è coraggioso. E’ amichevole. Mi ricordi che la sono anch’io. Mi ricordi che è mio pieno diritto riavere quella piuma che tu hai ritrovato per me. Mi ricordi che ora più che mai potrò usarla bene. Me la porgi sul palmo della mano. La prendo. La accetto. Titubante prima, sorridente poi.

E’ mia. Sì, è mia.

Grazie.

11.3.12

8.3.12

Bloom by The Paper Kites on Grooveshark">

"E cosa c'entriamo noi con la realtà? Che spazio sarebbe disposta a lasciarci?"
- David Grossman

Questo è il mio nido. La mia realtà. La realtà alle mie condizioni.
La sera, appena cala l'imbrunire, accendo la stufa, le lampade e le lucine bianche.
I miei libri, i miei sassi e legnetti raccolti al mare vengono illuminati da aloni di luce calda. Accendo i lumini nei piattini a forma di conchiglia. Brucio incenso. C'è la mia musica. Sullo schermo qualche foto. Sul frigo i disegni della mia bimba. Sul davanzale i vasetti di vetro, quelli della marmellata, con i lumini dentro. Sulla mensola, il piatto e la tazza col pavone, e i gufetti che mi avete regalato. Mirandola dorme nella sua cameretta con le lucine colorate, e il micio ai piedi del letto. La sua cameretta piena di diamanti, vestiti da principessa, libri, sassi bianchi e la cucina di legno.
Scorre l'acqua nella vasca, calda, limpida.
Mi siedo a gambe incrociate sul letto e provo a leggere.
Poi ti penso. Non posso non sorridere.
Scivolo via.




Sono contenta con me.
Mi sono fatta valere. Mi sono aperta. Mi sono fatta conoscere. Mi sono spiegata alcune cose. Mi sono ripetuta e convinta di cose fondamentali. Mi sono ripetuta quella voce guida in testa e l’ho seguita a testa bassa. Mi sono tenuta a bada. Mi sono sfidata. Ho accettato la sfida e mi sono provata qualcosa.
E oggi, per la prima volta, in tanto, tantissimo tempo stare sola con me è stata una convivenza tranquilla. Pacifica. Gestibile.
Come se mi fossi seduta su una panchina già mezza occupata sul lungomare. Senti la presenza di qualcuno vicino a te, all’inizio stai attenta a non sgomitare troppo, a non occupare troppo spazio. Poi tutto è talmente tranquillo che dimentichi ci sia qualcuno all’altro capo della panchina. Anzi, incriociate gli sguardi e vi sorridete. Magari scambiate due parole. Quella preziosa presenza silenziosa ma tangibile, è lì al lato della panchina, a fare da contrappeso, da zavorra, per tenerti vicina non solo a lei ma al resto degli altri essere umani, nonchè a te stessa. E se quella persona si alza prima di te, e ti saluta, quasi quasi ti dispiace. E vorresti ringraziarla per averti tenuto compagnia.Per quei pochi minuti è stata preziosissima. E forse non lo saprà mai. E tu la guardi mentre si allontana. Cerchi di imprimertela nella testa, come se schiacciassi la tua mano sulla sabbia fine e dorata di una spiaggia del Sud. E ti prometti che non la dimenticherai mai. E invece lo farai. Ma poco importa. Ci saranno altre panchine. Altri sconosciuti si siederanno.
E starete seduti lì, in quella silenziosa pace, con un tacito accordo. E tu siederai, guarderai fisso il mare e respirerai e tutto sarà calmo dentro te. Anche se solo per due preziosissimi, benedetti minuti.
E lo so che quella persona sulla panchina sono io. Ma a volte sei tu. O magari lo siamo entrambi. Ma solo per ora. Solo per un altro po’.

“Ogni cosa mi è lecita; ma non ogni cosa è vantaggiosa.”

A volte parlo troppo. E’ difficile dosare la quantità di forza da usare quando scolpisci e non l’hai fatto da tanto tempo.
All’inizio si usano forse martello e scalpello. Bisogna tirare fuori una vaga forma da quel blocco di granito sordo. Dare la prima martellata è la cosa più difficile. Vuoi. Lo vuoi tanto ma il braccio pesa, non si muove, non si alza a impugnare il martello. Poi, con fatica, ci si violenta e si prende in mano. Si sente l’impugnatura fredda, ci si abitua, la si stringe fino a sentire sudore nel palmo della mano, calore, bruciore. E poi dopo un secondo a mezz’aria la mano sferra il primo colpo. E resti attonito a guardare cos’hai fatto: quel primo pezzo di pietra, seppur dura, è stato spezzato. E’ lì per terra. Ti guarda. Ti chiede perchè. E poi ti ringrazia.
Così continui. Non senti più la fatica, non senti il dolore ai muscoli che non sono abituati a sforzi simili. Bruciano i polmoni e si secca la gola con tutta quella polvere nell’aria. Ma quanto è bella la forma che stai liberando, che si sta plasmando, quell’embrione di serenità, di sorrisi, di pace tanto meravigliosa quanto effimera.
L’adrenalina è in circolo. Ti ubriachi quasi a guardarla questa scultura. Ma l’hai fatto tu quell’incantevole casino lì per terra?
E ora arriva la parte più difficile.
Questa forma va tenuta sotto controllo. Devi imparare a usare il compasso e a fidarti del tuo occhio. Ora devi usare la raspa. Appoggia il martello. Con delicatezza ora, devi curare i particolari. Devi imparare a levigare. Devi capire cosa deve restare in superficie e cosa sarà bene lasciare accennato o addirittura taciuto.
E questo, tu, non lo sai fare. Quella scultura la vuoi vedere più di ogni altra cosa al mondo. Ma hai paura di commettere un’imperdonabile errore, un’errore irreparabile con quella raspa in mano. Non l’hai mai usata. Per lo meno non per una scultura talmente bella. Perchè sei sicura che nessun altro blocco di granito possa contenere un sogno simile. Lo sai.
E quindi?