IO ALLA FINE NON SO COSA SIA UNA BELLA FOTO.SO SOLO CHE VEDO COSE E LE DEVO FERMARE.E CHE A VOLTE HO QUALCOSA DA DIRE.ALTRE VOLTE, NO.


9.4.12

“Permesso? Sto morendo! Ti prego fammi usare il tuo bagno!”
Getto la borsa sul letto che intravedo nella penombra. Si muove qualcosa sotto le coperte. E’ Lei. “Lei”. “Perdonami… non sapevo fossi qui. “
“Ma figurati. Fai pure.”
Ok. Faccio. Seduta sul wc vedo le tue infradito. Quelle di gomma verde militare che ti ho comprato io. Ma pensa tu. Il suo fiocco nero appeso alla doccia. Il sacchetto di Boots con gli assorbenti dentro vicino al water.

E ho lottato di nuovo con te. Per lei. Per me.
Ci ho provato, con tutta con me stessa. Anzi no. A tratti mi sembrava di cedere. Mi sembrava di sentire le piante dei piedi sprofondare nel fango. Per un secondo mi lasciavo cullare in quel semi-abbraccio mortale, contenta di lasciare che il fango mi sostenesse. Mi lasciavo prendere in giro da quel falso senso di sicurezza. Ma un secondo dopo l’intorpidimento si diradava. No. Io punto i piedi. No. Io mi tiro su. No. Io alzo la voce.
Ho lottato. Ti ho guardato dritto negli occhi e ho sparato. Ancora e ancora. Finivano le munizioni. Ricaricavo. Mi coglievi dall’angolo peggiore per me. Prendevi la mira con quegli occhi blu, così freddi eppure così caotici, babelici, malati. Ti ricacciavo indietro dove potevo contrattaccarti meglio.

Nonostante il mare che cantava alla nostra destra. Nonostante la brezza marina ci accarezzasse le guance e scendesse giù a solleticarci il collo. Nonostante l’odore di salsedine cercasse invano di distrarci e prevalere sui nostri odori da animali selvatici in piena lotta. Nonostante il Sole ci facesse socchiudere gli occhi, rendendo le nostre visioni più offuscate. Nonostante il meraviglioso fragore delle onde contro gli scogli laggiù in basso cercasse di coprire il rullio del cuore che ci sbatteva in pieno petto.

Mi hai datto uno schiaffo in pieno volto. Ti ho dato una testata.
Mi hai dato un pugno nello stomaco. Te ne ho dato uno nei reni.
Mi hai fatto sputare sangue. Ti ho rotto il naso. Il solito rivolo giù per le tue labbra.
Quello per il quale ti davo sempre un fazzoletto. Così premurosamente. Ora ti guardo. Mi giro dall’altra parte. E spero ti dissangui lentamente in una pozza di gelatina di porpora lì per terra. Lì. Sull’asfalto. Lì sotto al Sole.

Mentre ti sbircio dallo specchietto retrovisore. Curiosa. Vittoriosa.

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